Dizionario dialettale della Val Manubiola

Da WikiToponomastica.

A Margherita, Matteo, Serena, Luca e a Claudia


Sistema Work in progress

Edizione digitale

Autore Sergio Mussi


Il Ponte sul Manubiola (a. 1843), situato a valle di Roccaprebalza di Berceto. La foto è tratta dal fondo archivistico Monumenti e Munificenze di Sua Maestà la Principessa Maria Luigia... Fascicolo Quinto, Archivio Comunale di Parma (foto di S. Mussi, ndr.).


PREMESSA (ancora in fase di elaborazione)


L'idea di dar vita ad un dizionario dialettale della Val Manubiola è maturata col trascorrere del tempo per restituire il dovuto rispetto al suo dialetto tramandandone la conoscenza ed il valore intrinseco alle future generazioni e per ricambiare la stima e l'affetto ricevuti dalle genti di quella valle che mi ha visto suo ospite fin dal giorno della nascita. Nell'opera che mi accingo a scrivere lo studio dei termini non è limitato al solo riscontro nella lingua italiana, ma ho considerato utile darne anche la derivazione linguistica ove si è rivelato possibile sciogliere l'etimo. Ciò non soltanto per consegnare maggiori informazioni sul vocabolo trattato, ma soprattutto per mettere a disposizione dei glottologi, dei filologi e dei linguisti l'elemento indispensabile per un'auspicabile indagine sulla stratificazione storico-linguistica dell'area indagata, compresa la comparazione dell'idioma locale con quelli delle zone limitrofe per studiarne le diversità fonetiche e terminologiche. Tale metodo è volto principalmente a confrontare la parola con le altre assonanti e differenti, ma significanti lo stesso oggetto riscontrate nelle parlate dei luoghi pertinenti la su citata valle e l'area Gallo-Romanza. Una sì fatta ricerca permetterà di acquisire elementi utili sulle tante migrazioni di popoli via via succedutisi nella dominazione dell'area settentrionale del Paese. Genti che col veicolare il loro linguaggio hanno comportato una progressiva contaminazione delle lingue indigene locali, a loro volta assorbendone espressioni e terminologia, da cui le odierne parlate dialettali destinate inesorabilmente ad estinguersi in seguito alla nascita della sempre più diffusa lingua letteraria. Si rende indispensabile il recupero del maggior numero possibile di vocaboli pur nella consapevolezza che molti sono caduti in disuso sia per il trapasso all'italiano, sia per la venuta meno dell'oggetto e dell'attività da essi significati e sia per l'ormai sempre più esiguo numero di persone parlanti dialetto. La finalità del lessico qui proposto è quella di riportare allo scritto e al parlato l'inestimabile patrimonio culturale di un sistema linguistico non ancora del tutto considerato quanto merita.


LOCUZIONI E DIALOGHI DIALETTALI


Le traduzioni delle frasi dialettali, dal punto di vista dello studio filologico, sono rese in italiano nel rispetto della terminologia e della sintassi usate nel parlato di tramandazione orale e valgono quale confronto con la locuzione costruita nella lingua corrente posta di seguito. Esse si rendono utili alla comprensione del metodo espressivo eloquente, schietto, diretto e insieme colorito della passata civiltà contadina cui rendono manifesta una cultura povera per la mancata istruzione scolastica, per il millenario isolamento subito dalle diverse comunità locali, specialmente le montane, causa lo sfruttamento delle persone e della terra e per la totale assenza di agevoli vie di comunicazioni che avrebbero permesso loro più proficui scambi commerciali migliorandone condizioni di vita ed emancipazione sociale.


INDICE DELLE ABBREVIAZIONI

br Berceto

bg Bergotto

ca Cassio

gh Ghiare /Casacca

lo Lozzola

pg Pagazzano

pm Pietramogolana

rp Roccaprebalza

va Valbona

agg. aggettivo

arc. arcaico

att. attestazione

avv. avverbio

cfr. confronta

der. derivato

der. verb. derivato verbale

dial. dialetto

dial. le dialettale

dim. diminutivo

diz. dizionario

eccl. ecclesiastico

etim. etimo

estens. estensivo

fig. figurativo

fr. francese

germ. germanico

intr. intransitivo

it. italiano

it. cor. italiano corrente

inc. incerto

iniz. inizio

lat. latino

lat. eccl. latino ecclesiastico

lat. med. latino medievale

lat. tard. latino tardo

lat. volg. latino volgare

loc. locuzione

longob. longobardo

m. maschile

p. participio

p. pagina

pl. plurale

parm.no parmigiano

pp. pagine

pren. prenome

pass. passato

pop. popolare

poss. possessivo

pref. prefisso

prep. preposizione

prob. probabile

propr. propriamente

pron. pers. pronome personale

provenz. provenzale

reg.le regionale

REW Romanisches Etymologisches Wörterbuch

ric.ne fed. ricostruzione fedele

sec. secolo

secc. secoli

scient. scientifico

s.f. sost. femminile

sing. singolare

s.m. sost. maschile

sost. sostantivo

suff. suffisso

suff.si suffissi

tard. tardo

tosc. toscano

tr. transitivo

vd. vedi

v. verbo

vezz. vezzeggiativo

v.intr. verbo intransitivo

v.tr. verbo transitivo

volg. volgare


SIMBOLI

* ricostruzione ipotetica

(*) richiamo in nota

< = deriva da

> = produce la


GRAFIA FONETICA

À à = a tonico aperto

Á á = a tonico chiuso

Ā ā = a tonico aperto e lungo come aa

Ā ā = a atono lungo come aa

 â = a tonico lungo come aa

Å å = a fonema intermedio tra a e o aperto

Ä ä = a fonema intermedio tra aa e e aperto (a tendente ad è)

È è = e tonico e aperto

É é = e tonico e chiuso

Ê ê = e tonico lungo, come ee

Ē ē = e atono lungo, come ee

Ë ë = e fonema intermedio tra e aperto e á chiuso

Ə ə = ə indica la vocale indistinta, in genere la e.

Î î = i tonico lungo, come ii

Ī ī = i atono lungo, come ii

J j = i semivocalico (es: ieri, ionio, iole)

Ì ì = i tonico

Ö ö = o tonico chiuso, come il fr. eu

Ò ò = o tonico aperto

Ó ó = o tonico chiuso

Ô ô = o tonico lungo, come oo

Ù ù = u tonico

Ū ū = u atono lungo, come uu

Û û = u tonico lungo, come uu

Ü ü = ü come il fr. u

Ǘ ǘ = ü tonico chiuso, come il fr. u

Ċ ċ = c come in cielo

S s = s sordo come in sera o in osco

Ṡ ṡ = s sonoro come in rosa

Ż ż = ż dolce come in zaino

Z z = z sorda come in zoppo

Ŋ ŋ = n velare come nel dial. funtaŋ-a

' = indica una vocale o una consonante dal suono indistinto, atono.



(Bozza di studio)


A

abàsta (gh), bàsta (lo).

Avv.. it. abbastanza, a sufficienza, 'quanto basta', imp. di bastare [sec. XVI], arc. durare. Si usa per esigere o invocare in modo energico un fastidio o una sofferenza prolungata.

Loc. dial.: a g'nò abàsta. ad ghé pròperia raṡón, anca mì, sa fìs in tì, a(1) nàris abàsta .

Ric.ne fed.: "Ne ho abbastanza". "Tè ai proprio ragione! Anche mè, se fossi in tè, ne avrei abbastanza".

It. cor.: "Ne ho abbastanza!". "Hai perfettamente ragione! Anch'io ne avrei abbastanza, se fossi in te".

[ 1) a- pron. pers. 'io'].


abòrt (gh), abòrd (lo).

S.m., it. aborto, dal lat. abortus, (a. 1570), interruzione della gravidanza.

Loc. dial.: al sēt (1) che la fiöla dal calsulèr l'à burtì? . al sò, al sò, i m'làn dìt l'èter dì quànd a són'dè in céṡa.

Ric.ne fed.: "Lo sai che la figlia del calzolaio ha abortito?". "Lo so, lo so, loro me lo hanno detto l'altro giorno quando sono andato in chiesa".

It. cor.: "La figlia del calzolaio ha abortito, lo sai?". "Si, lo so, la gente me lo ha detto l'altro ieri quando sono andato in chiesa".

[ 1) sēt, da pronunciarsi séet, con 'é' lungo e chiuso, trascinato].


acòrt (gh), (lo).

Agg., it. correggere, p. pass. di accorgersi, dal lat. volg. *adcorr(i)gĕre, der. di corrigĕre col pref. ad- (sec. XII). Si usa per dire di una persona che non ha avuto accortezza.

Loc. dial.: al sēt che al furnêr al (1) ne s'ne mèi acòrt? . béla fòrṡa! al sò bén mi, cl'èter(2) al gandêva in cà la nòta quànd lü l'era intàl(3) fùren a fèr al pàn... agh crèd mì!.

Ric.ne fed.: "Lo sai che il fornaio non se n'è mai acorto?". "Bèla forsa! Lo so bene mè, quel'altro gandava in casa la notte quando lui lo era in tel forno a fare il pane... ci credo mè!"

It. cor.: "Lo sai che il fornaio non se n'è mai accorto?". "Bella forza! Lo so perfettamente: l'altro vi andava in casa durante la notte quando lui si trovava nel forno a fare il pane...".

[Dial. 1) al, it. lùi, dal lat. volg. * illui, dativo sing. di ille (sec. XIII), pron. pers. m. egli; 2) Dial. èter, dal lat. alter, it. altro, qui da intendersi nella condizione di 'amante'; 3) Intàl, dal lat. intǔs, dentro].


acquasantēra (?), (gh)

S.f., it. acquasantiera, der. di 'acqua santa' (1846), a cui è attaccato il suffisso f. lat. -āra che serve a formare sostantivi di cose o di oggetti dove c'è qualche cosa o che contengono qualche cosa. Il composto fa riferimento ad un recipiente solitamente dalle forme a catino e a conchiglia in pietra o in marmo, atto a contenere l'acqua santa, alle volte incastonato a metà nella parete altre su piedistallo. L'acquasantiera è collocata, sempre, all'ingresso della navata principale dei luoghi di culto della religione cattolica "quale richiamo battesimale per i fedeli"(1).

Loc. dial.: a (2) iò puciè i dîd intl'aqua bándèta əd l'aquasantêra e pò a m'son fàt al sìgn əd la cruṡa prima d'andèrem a séder in tì banch. a t'zì pròperia un brèv fiulèt.

Ric.ne fed.: "Io ho pucciato(2) i diti nell'aqua(3) benedetta dell'acquasantiera e poi mi sono fatto il segno della croce prima di andarmi a sedere nei banchi". "Tu sei proprio un bravo figlioletto".

It. cor.: "Ho intinto le dita nell'acqua benedetta dell'acquasantiera e poi, prima di andare a sedermi in qualche banco, mi sono fatto il segno della croce". "Sei proprio un bravo figliolo".

[ 1) Luca Brandolini, Roma 18 febbraio 1993, Presidente della Commissione Episcopale..., nota pastorale per la progettazione di nuove chiese; 2) Vocale 'a', qui nella funzione del prenome 'io'; 2) Di pucciare, v.tr. RE., piemontese, lombardo, emiliano; 3) Acqua, aqua, così nei documenti medievali, tardo medievali e d'epoca moderna].


acsì (gh), (lo)

Avv., it. così, dal lat. (ec) cum sic, in questo modo.

Loc. dial.: iéren acsì stràch chi 'n stèven gnanca pü in pé. al sò, al sò a ne g'né miga b'ṡùgn ca t'mal dīṡ a mì, ca son cùl ca ià fàt əṡdêr el gà dè da béver e da magnêr....

Ric.ne fed.: "Loro erano così stanchi che non stavano gnanca più in piedi". "Lo so, lo so, non c'è nè mica bisogno che tu me lo dica a mè che sono quello che li ha fatti setare e gli ha dato da bere e da mangiare...".

It. cor.: "Erano talmente stanchi che non si reggevano in piedi". "Lo so, non c'è motivo che tu me lo dica, considerato che sono io la persona che li ha invitati a sedersi e li ha rifocillati".


adésa (gh), (lo)

Avv., it. ora, 'allo stesso tempo', 'in questo momento', dal lat. ad ipsum (tempus).

Loc. dial.: adésa a ven a diṡnēr. guèrda che la m'nestra la ne miga ancùra còta, stà pür lì ancùra un pughinén, quànd la sarà pronta at ciàm mi, sta tranquìl

Ric.ne fed.: "Adesso io vengo a disnare". "Guarda che la minestra la non è mica ancora cotta, sta pur lì ancora un pochinino, quando la sarà pronta a te chiamo io, sta tranquillo".

It. cor.: "Ora vengo a desinare!". "Guarda che la minestra non è ancora cotta, rimani pure lì ancora un attimo, quando sarà pronta ti chiamerò, stai tranquillo".


andè (gh), andà (lo)

Andato


asè (gh)

Avv., it. assai, 'sazietà', 'sufficientemente', 'quanto basta', 'abbastanza', 'fin troppo', dal lat. ad satis (con pref. a- pren., it. io).

Loc. dial.le: urmèi ag'nò asè əd c'là fòla chì, sempér cùla, sempér cùla, té davîṡ?. a capìs, a capìs, porta pasiénsa, dai, prima o dòpa la pasarà.

Ric.ne fed.: "Ormai io ne ho assai di quella fòla qui, sempre quella, sempre quella, tu sei del'aviso?". "Io capisco, io capisco, porta pasienza, dai, prima o dopo paserà".

It. cor.: "Di questa storia ormai ne ho assai, sempre quella, sempre quella, sei dell'avviso?". "Capisco, capisco, porta pazienza dai, prima o poi passerà!"


avirtì (gh), a glò dìt (lo)

V.tr. (avverto, ecc.)., it. avvertito, di avvertire, dal lat. advertĕre(2), 'acquistare coscienza di qualcosa', ' considerare attentamente', 'volgere l'attenzione a...'(1).

[ 1) Oli-Devoto 2011, p. 257; 2) Calonghi, Dizionario Latino-Italiano, ediz. 1993, p. 66].



agh, gli

ai, agli

àle, alle

alùra, allora, (lat. ad illam hora)

anca, anche

andèva (gh), lui andava

andèiva (gh ?) io andavo

andèma (gh), andiamo

andìs (gh), se lui andasse

andùma (gh), andiamo


B

badèr (gh ?) guardàr (lo)

V. intr., it. badare, arc. abbadare, dal lat. volg. batare, qui nell'accezione di 'avere cura', 'sorvegliare', 'vigilare'.

Loc. dial.le: incö bsúgna a te da badêr a chi fiö, stàgh a dré, m'arcmānd è?. al sò, al sò, a té m'le béle dit pü 'd nà vôta, adésa a gò da fêr, pò agh dàgh n'ucé.

Ric.ne fed.: "oggi bisogna che badi a quei fioli, stalli a dietro, mi raccomando è?". "Lo so, lo so, tè me lo ai bello detto più di una volta, adesso io ciò da fare, poi ci do un'occhiata".

It. cor.: "Oggi devi badare a quei figlioli", stagli addietro, mi raccomando!". " Lo so, me lo hai già detto più di una volta, ora ho da fare, poi darò loro un'occhiata".


balèt (i) (gh), (ca), balät (Lo)

S.m. pl., *balletti, it. le bollite (castagne), da 'ballettare', v.intr. 'balletto', interativo del lat. tard. ballare, per estensione 'saltellare', 'vibrare', così è dal fenomeno osservabile durante la loro cottura in acqua bollente all'interno di una pentola. Lo stesso fatto si verifica a seguito della bollitura delle uova per ottenere le così dette *uova a baletto, dial.le (ì)öv a balèt, propriamente 'uova sode'.

Loc. dial.le: a son'dè a catêr sü al castâgn dumèstichi acsì sta sīra a fùma i balèt . dżì vü, a vöi sperêr ca iàrì caté sü ànca cùli pü picéini... chién pü dulsi?'. "aghn'ò un pò e un pò, meṡ sac ed na sòrta e meṡ 'd cl'ètra... vala bén acsì? siv cunténta? sü cu dzīv vü?". "adésa spetì pür un minüt, a f'nis ed fêr la fuiè pò agh dagh n'ucè".

Ric.ne fed.: "Sono 'ndato a catare su le castagne domestighe così sta sera famo i baletti". "dite voi, voglio sperare che voi avrete catato su anca quelle picine... che son più dolse?". "Ce nò un pò e un pò, méso sacco di una sorta e mèso di quel'altra... la va bene così? Siete contenta? Su, cosa dite voi?. "Adesso spettate pure un minuto, io finisco di far la fogliata poi io ci dò un'ochiata".

It. cor.: "Sono andato a raccogliere le castagne domestiche così questa sera facciamo le bollite". "dite voi, voglio sperare che abbiate raccolto anche quelle più piccole, che sono le più dolci?". "Ne ho un po' e un po', mezzo sacco di una qualità e mezzo sacco di un'altra, va bene così? Siete contenta? Su, cosa dite voi?". "abbiate pazienza di aspettare ancora un attimo, termino di fare la sfoglia eppoi gli darò un'occhiata".


balòs (gh), (lo)

S.m., it. birbante


barlǘm (gh), (lo)

S.m., it. luce fioca, 'indistinta', 'sdoppiata alla vista', 'lontana', dal lat. bis lumen, der. di lume, col pref. bar- dal senso peggiorativo. Il prefisso lat. bis- è mutuato dal greco dis, che nelle voci significanti visione esprime render doppio, veder torto, imperfetto. Lo stesso prefisso si riscontra in alcune parole dell'italiano e specialmente nella lingua francese, come bar-: si vedano ad esempio bisaccia, bisavolo, biscotto, bicipite, bistrattare, bardosso, barlocchio.

Loc. dial.le: là in fònda as'vèda péina, péina un barlǘm ed lǘsa, la vèdet?. a la vèd, a la vèd, la né brìṡa brilànta, a ghé da fēr a vèdla, le pròperia fiòca, fiòca, fiòca..."

Ric.ne fed.: "Vedi là in fondo? Si vede appena, appena un barlume di luce". " Io la vedo, io la vedo, la non è brisa brilante, la è proprio fioca, fioca...".

It. cor.: "Vedi là in fondo? Si nota a fatica un barlume di luce". "Lo vedo, non è per nulla brillante, è proprio fioco, fioco".


batòċ (al) (gh), batàċ (lo), battacchio o battaglio, dal lat. volgare bataclum, forma contratta di battaculum, derivato di batt(u)ere, 'battere', 'colpire ripetutamente', è attestato dal sec. XV. Non è dato sapere il periodo in cui il termine si è fissato ma, considerato che nella locuzione dialettale, recitata da una persona parlante dialetto, al nome ha anteposto l'articolo al, è plausibile che esso possa essersi fissato nei secc. XII, XIII in quanto, prima di quell'epoca, l'articolo non era ancora conosciuto.

Loc. dial.: sergio véna cun mi c'andùma in sìma al campanīl ca t'insìgn a sunêr al campāni a fésta, incö le santa flìsidà, a sùma 'd sègra.... si, si sul campanile, che bello, andiamo dai. ... adèsa lìga clà corda chi col sò gànċ infilé in tal sò büs a pòsta al batòċ ed clà campàŋa lì, cùla pü picièina, acsì, con cul ed cl'ètra là, pò cl'ètra corda a tlé da lighêr a chjêter dü batòċ dal campàni pü grandi, i vàn incrusè. ... ma questa corda qui, che in mezzo ha quell'altro pezzo di corda che scende giù quasi in terra col cappio a cosa serve?. cùla lì lam servìsa per tirêr cul pé al batòċ 'dlà campàŋa pü grànda, quand at fàg sign cun la testa, ti pensa a tirèr clà corda chì, via ..."

Ric.ne fed.: "Sergio vieni chi con mè che andiamo in cima al campanile che t'insegno a sonare le campane a festa, in capo a oggi è Santa Felicita, siamo di sagra...". "Si, si sul campanile, che bello, andiamo dai". "adesso lega quela corda qui, col suo gancio infilato nel suo buso apòsta, al batoccio di quella campana lì, quella picina, così, con quello di quell'altra là, poi quell'altra corda tu la devi legare a quegli altri due batocci delle campane più grande, loro vanno incrosate". "... ma questa corda qui, che in mezzo ha quell'altro pezzo di corda che scende giù quasi in terra col cappio a cosa serve?". "quela lì la mi servise per tirare col piede il batoccio dela campana più granda. quando a tè faccio segno con la testa, tè pensa a tirare quela corda qui, via!".

It. cor.: "Sergio vieni con me sul campanile che t'insegnerò a suonare le campane a festa, oggi è la sagra di S. Felicita". "Si, sul campanile, che Bello! Andiamo dai!". "... Ora lega questa corda con l'apposito gancio che devi inserire nel buco del battacchio della campana che ti sta appresso, la più piccola. mentre l'altra estremità della corda devi agganciarla al battacchio della campana che le sta di fronte. L'altra corda, allo stesso modo, devi agganciarla ai due battacchi delle campane più grandi, in pratica le due corde devono incrociarsi". "Ma questa corda, dalla quale nel mezzo ne pende un altra che termina quasi in terra con un cappio, a che serve?". "Quella la uso col piede nel momento in cui ho necessità di tirare il battacchio della campana più grande; tu, nel momento che ti faccio un cenno col capo, pensa a tirare questa corda, via!".


bergnö (gh), bargnö (lo)

S.m., it. prugnolo, 'susino selvatico'(1), dal lat. pruneolus, derivato in -olo di prūnum, 'pruno virgulto spinoso e pungente' (volg. prunus silvestris), lat. prūnum silvestre, il frutto del frutice. Al riguardo si vedano anche le latine rubus, it. rovo, pruno, spino e sentis, it. spino, basso arbusto spinoso(2).

Loc. dial.le: incö(3) son'dè du ghé chi bòch là cat me dìt à còier i bergnö da fêr al licūr . cu nèt cujt? ah, a nò cujt un bel po', a iò limpì(4) tǘt al cavâgn, ma guèrda chi! ... am'son furè i dīd e ṡgranfignè tǘt e dü i bràs, te stramaledìsa!... a son tǜt sangunént. a tò dìt stamatèina, mètet sü 'na giǜba dal mànghi lònghi, ma mèi, mèi 'na vòta ca tem dagh a mént... pòṡa żü cul cavāgn lì, per piaṡer... prìma cam véna i dü e vàt a disinfetèr cun un pò d'aṡèi... vàl a tör sü va, prima cam véna al mùschi al nêṡ... lé intlà canteina sùta a l'àsa dal damżāni, et capì? ma s'gnur bendèt guèrda ti, agh manchéva ànca cùsta chì, incö... żà ca ne gh'né mia abàsta di fat da ṡbruglièr....

Ric.ne dial.le: "in capo a oggi sono 'ndato dove ci sono quei bòcchi là che tè mai detto a coiere i bergnoli da fare il licore". "cosa ne hai cogliti?". "Ah, io n'ho cogliti un bèl pò, io ò empito tutto il cavagno, ma guarda qui! mi sono forato i diti e sgranfignato(5) tutti e due i bracci, ti stramaledica!... io son tutto sangonente". "io tò detto stamattina, mettiti su na giubba dalle maniche longhe, ma mai, mai na volta che tè mi dai a mente, pògia giù quel cavagno lì, per piacere... prima che mi vengano i due e vatti a disinfettare con un pò d'aceto... valo a torre sü va, prima che mi vengano le mosche al naso... lui è in tela cantina sotta a l'assa delle damigiane, hai capito? Ma signore benedetto guarda tè, ci mancava anche questa qui in capo a oggi... già che non ce n'è mica a basta dei fatti da sbrogliare...".

It. cor.: "Oggi sono andato a cogliere i prugnoli per fare il liquore, là, dove ci sono quei cespugli spinosi che tu mi hai indicato". "quanti ne hai raccolti?". "Ne ho raccolti parecchi, guarda qui! Ho riempito tutto il cesto, ma mi sono punto le dita e graffiato le braccia, ti stramaledica!... Sanguino dappertutto". "Questa mattina ti ho detto di indossare una giacca a maniche lunghe, ma non v'è mai stata una sola volta che tu mi abbia dato retta, appoggia il cesto per favore, prima che mi prenda il nervoso e vai a disinfettarti con un po' d'aceto. Vai a prenderlo vai, prima che mi vengano le mosche al naso. È nella cantina sotto all'asse dove poggiano le damigiane, hai capito? Signore benedetto guarda tu, oggi ci voleva pure questa faccenda, già che non ce ne sono abbastanza di cose da sbrogliare...".

[ 1) Pio Rossi da Piacenza M.DC.LXXVII (A. 1677), Osservazione sopra la lingua volgare... dell'ortografie et la grammatica volgare, p. 149; 2) Calonghi, Dizionario Latino-Italiano, ediz. 1993, pp. 921, 2421; 3) In oggi, dal lat. in hoc die, it. in questo giorno, 'nel giorno presente'; 4) Dal v.tr. lat. empìre (o émpiere), it. empire, fig. colmare; 5) Qui, per esteso, nell'accezione di 'graffiato', da uno strumento appuntito, acuminato, nello specifico gli aculei dei cespugli].


berlèina (gh), barlêna (lo)

S.f., it. vertigine, giramento di testa


Bìsa (gh), (lo)

S.f., it. biscia, 'serpente', dal lat. bestĭa, da cui bistea e bistia, qui nell'accezione di 'bestia strisciante.

Loc. dial.le: guèrda lì ca ghé 'na bìsa, stà ténti, sta indré, sta indré sinò la 't dà 'd bùca, vèna via déd lì... l'éta v'dǜ? . a... te stramaledìsa, guèrda tì che lavūr... , l'era tǘta sùta al föji, an lò mia v'dǜ, slà 'n fìs əstè per tì agh manchéva pōgh c'là 'm dìs əd bùca da bón.

Ric.ne fed.: "Guarda lì che c'è una biscia, sta attenti, sta indietro, sta indietro se nò lei ti da di bocca, vieni via di lì... l'ai veduta?". " Ah, ti stramaledica! guarda té che lavoro... la era tutta sotto alle foglie, io non l'ho veduta, se la non fosse stata per tè a mè mancava poco che la mi desse di bocca da buono".

It. cor.: "Guarda lì, c'è una biscia! Fai attenzione! Allontanati altrimenti ti morde, l'hai vista?". " Ah, ti stramaledica! Guarda tu che mi capita, era del tutto nascosta sotto alle foglie, non l'ho veduta... certamente che se non fosse stato per te avrebbe potuto morsicarmi sul serio".


bréina (la), (gh), brêna (lo)

S.f. e pl., it. brina, dal lat. prŭīna(1), (p < b), sec. XIV. Il termine fa riferimento al fenomeno che causa la solidificazione a terra del vapore acqueo o della rugiada precipitati dall'atmosfera sugli oggetti e le cose esposti in seguito al raffreddamento dovuto alle onde elettromagnetiche notturne; "si presenta sotto forma di piccoli grani di ghiaccio bianchi e opachi o di piccoli aghi semitrasparenti"(2).

Loc. dial.: stà nòta a gà da éser stè un frèd əd cùi..., s'vèda cà ghéra la lòuŋa perchè la fàt 'na brinè əd cùli bòuŋi. stà sü da lét e vìra i scür, va a vèder ànca tì c'me ghe là föra... . ah, le pròperia acsì c'me t'me dìt, a ghe biànch da per tüt, la bréina là cuatè(3) i camp, al pianti, l'òrt e tüt i tèc dal cà. léta v'dü alūra?. a lò v'dü, a lò v'dü, ma an l'arìs miga dìt, anca perché cul chêd ca véna sü da la stàla stà nòta a nò gnàn sintü tant frèd. sü dai, intànt che mì a tir sü al lèt e a vīr al f'néstri per dêr un pò d'aria, ti và a tör sü soquànt tòch əd lègna, un pò 'd bruchéi e di ranganéi da sénder la stüva cà scaldùma un pò ànca dedlà intlà cüṡéina.

Ric.ne fed.: "Sta notte c'è da esserci stato un freddo di quelli..., si vede che c'era la luna perché la à fatto nà brinata di quele buone. Sta su da letto e vira i scuri, va a vedere anche te come c'è la fuori". "Ah, la è proprio a così come tè mi ai detto, là c'è bianco da pertutto, la brina à quatato i campi, l'orto e tutti i tecci dele case". "L'ai tè veduta alora?"."io lò veduta, io lò veduta, ma io non l'avrei mica detto, anca perchè col caldo che vene su da la stalla io non ò gnanche sentuto tanto freddo". "Su dai! Intanto che mè tiro sù il letto e viro le finestre tè vai o torre(4) sù soquanti(5) tòchi di legna, un pò di brochetti e dei ranganelli da cendere la stufa che scaldiamo un pò anca di là intela cucina".

It. cor.: "La temperatura questa notte deve essere scesa molto, probabilmente è stata una notte di luna piena e dal cielo terso perché si è verificata una brinata notevole. Alzati dal letto e apri gli scuri, così anche tu potrai osservare cosa c'è fuori. È vero è proprio come mi hai detto, c'è una coltre bianca dappertutto. La brina ha coperto i campi, l'orto e tutti i tetti delle case. Allora l'hai vista? Si, l'ho vista, non lo avrei detto, soprattutto perché questa notte, col caldo che saliva dalla stalla, sinceramente non ho avuto molto freddo.... Su, dai! Nel mentre che io rifaccio il letto ed apro le finestre per arieggiare un po', tu per favore vai a prendere alcuni pezzi di legna, un po' di stecchetti e un po' di bastoncini per accendere la stufa, così scaldiamo anche in cucina.

[ 1) Con caduta dell'u', nel dittongo 'ui', perché dal fonema più debole; 2) Devoto-Oli 2011, p. 377; 3) prob. da 'quatto', lat. coactus, p. pass. di cogĕre, 'costringere', qui nell'accezione di 'avvolgere', nascondere', coprire'; 4) così anche nell'italiano nell'accezione 'togliere', qui nel senso più esteso di 'cogliere'; 5) alcuni].


bundànsa (la) (gh), (lo)

S.f., it. abbondanza, lat. abundantia, da abundo, straripamento, metà sec. XIII. Si usa per significare una quantità di beni, di mezzi, di prodotti e di ricchezza in grande quantità, più del necessario.

Loc. dial.le: "Istân a ghé 'na bundànsa əd pùm ca 'nsà 'd cù fèrni". càttia sü, càttia sü chi vénen sempér bón, a ne s'nà mèi abàsta, ne' sà mèi... intl'invèren...".

Ric. fed.: "in questo anno c'è una abbondanza di pomi che non si sa di cosa farne". "càttali sù, càttali sù che vengono sempre buoni, (a) non se na ha mai abbastanza, non si sa mai in tell'inverno...".

It. cor.: "Quest'anno c'è abbondanza di pomi, non si sa di che farne". "Raccoglili, raccoglili che possono venire buoni, non ce ne sono mai abbastanza, non si mai... nell'inerno... ".


C

calabrusa(gh), s.f., pop., reg.le, 'calabrosa'.

catè (gh), truvà (lo)

V.tr., it. cattare (arc.), dal lat. captāre, intensivo di capto, estens. 'prendere', 'trovare', 'procurarsi, 'procacciarsi'.

Loc. dial.le: al sēt(1) che incö a són andè per fóns intàl böri(2) e nò catè sèt chìlo? e di cò nìgher(3)... agh'néra əd cùi, t'avrìs dovǘ vèder che roba... . a tì, ténd a mì! at pöl dir ch't ghevǜ na béla fúrtòuŋa, da chi dì chi an s'incàta mìga tant... acsì i(4) dīsen... perluméno".

Ric.ne fed.: "Lo sai che in oggi io sono andato per funghi nelle bòre è ne ho cattati sette chilo? e dei cò negri... ce n'era di quelli... , tu avresti dovuto vedere che roba... ". "a tè, tendi a me, senti qui, tu puoi dire che tu ai avuto na bèla fortuna, da questi giorni qui non se ne catta mica tanti... a così lo dicono, perlomeno... "

It. cor.: "Lo sai che oggi sono andato a cercare i funghi nelle bore(1) e ne ho trovati sette chili? Quei funghi dalla testa nera... ce n'erano alcuni... avresti dovuto vedere che roba... ". "stammi a sentire! Puoi dire di aver avuto una bella fortuna, perché in questo periodo non si trovano molti funghi... perlomeno così ho sentito dire...".

[ 1) La vocale è da pronunciarsi come ee chiuso e lungo o trascinato; 2) Si tratta di una località boschiva, detta Le Bòre, situata presso Ghiare di Berceto (PR); 3) Dal lat. caput niger, testa nera. 4) La vocale dialettale 'i' (vd. in i dīsen), nello specifico assume il valore di 'loro', qui da intendersi come 'la gente' in generale, senza riferimento ad alcuna persona in particolare, quindi tutti, cioè: "tutti dicono"].


ciúster (gh), (lo), ciòster (br)

S.m., it. cespuglio, dal lat. claustrum, arc. clōstrum(1), 'riparo', 'recinto', qui nella plausibile accezione estensiva di 'serraglio', come 'arbusto dove trovano riparo gli animali', 'luogo chiuso d'intorno, protetto', si veda anche l'italiano serrame 'la cosa che chiude, che serra', cfr. it. chiostro (sec. XIII), ted. kloster.

Loc. dial.le: quand a sond'è a càsa, iēr matéina bunūra, à iò duciè na lévra cl'era a cúbi(2) sùta a un ciúster in tal ṡvinànsi dal càmp əd ginón, a gò tòt la mira da raṡón e pò gò tirè dü sciüptè cun la dupièta, ma al sēt ca lò manchè? an cherdèva miga ai me òċ, te strabenedìsa, gnàn sam fis termè la màn, val a savēr ti? le scapè via cl'andèva c'me na saièta. ti a m'arcmànd, sta mia a spànder la vuṡa in gīr, sinò quànd a vagh a l'ùsteria i casadúr im töṡ'n in gīr sicür, sicür. Stà pür tranquìl a sarò müt c'me 'n pès, a t'gnirò la bùca cüsì, sta sicür da bén, a tal giür insìma a la testa əd me nōn clà tirè al cuöji l'an pasè... eh, pòver ùm, che mi agh sera tant, tant fesiunè. a tal se pirò che al lévri chi stan a cùbi a ne sec pöl miga tirêr col sciòp è?

Ric.ne. fed.:"quando son dato a caccia, ieri matina di bonora, io ho docchiato una lepra ch'era cuciàta soto a un ciostro in te le vicinanse del campo di Ginòn, io ciò totto la mira da raṡone e poi ciò tirato due sciopate con la dopietta, ma lo sai che lò mancata? non credeva mica ai mie occi, ti strabenedica, gnanche se mi fosse termato la mano, valo a savere te? la è scapata via che l'andava come una saietta. Te mi racomando, non stare mica a spandere la voce in giro, senò quando io vado a l'osteria i casadori mi tolgono in giro sicuro, sicuro. Stai pur tranquillo che starò muto come un pesce, io terò la boca cusita, sta sicuro da bèn, io telo giuro in cima a la testa di mio nonno che la tirato le cuoia l'anno pasato... eh, pover uomo, che me ci era tanto , tanto fesionato... . te lo sai però che ale lèpre che stano a cùbi non ci si puole mica tirare col sciòppo è?

It. cor.: Ieri, di buon mattino, sono andato a caccia e quando ho adocchiato una lepre che stava accovacciata sotto ad un cespuglio, nelle vicinanze del campo di Ginone, ho preso la mira per bene e poi le ho tirato due schioppettate con la doppietta, ma lo sai che l'ho mancata? Non credevo ai miei occhi, ti strabenedica, nemmeno se in quel momento mi fosse tremata la mano, vallo a sapere tu? Lei è fuggita veloce come una saetta. Tu raccomando, non far circolare la notizia altrimenti quando ritornerò all'osteria i cacciatori mi prenderanno in giro sicuramente. Stai pure tranquillo che sarò muto come un pesce, terrò la bocca cucita, stai sicuro dabbene, telo giuro sulla testa di mio nonno che ha tirato le cuoia lo scorso anno... eh, povero uomo, pensa che io c'ero così tanto affezionato... . Tu lo sai però che quando le lepri stanno accubito non gli si può sparare, vero?

[ 1) Calonghi, Dizionario Latino-Italiano, ediz. 1993, pp. 496,497; 2) vd. alla voce cùbi].


cùbi (a) (gh), (lo)

S.m., it. accùbito, dal lat. accūbĭt(um)(1), dal lat. cŭbĭtum, 'giacere supino riposando', 'essere disteso, sdraiato, coricato sopra ad un giaciglio'(2). Positura a gomito assunta dalla persona che giace appoggiandosi su un gomito. Nel dialetto locale è espressione usata particolarmente per significare la posizione della lepre quand'è accovacciata nell'erba o altro giaciglio'.

Loc. dial.: "iēr iò savü che chi dü fradéi chi stan al mulén di canón, a tià cugnìs no? l'èter dì ién stè a càsa in ti bòsch sùra a pràvalsàn e jàn masè dü levròt chi iéren a cùbi sùta a di bòch. Ròbi chi sil ven a savér i guèrdiacàsa igh tösen via la licénsa in trónch.

Ric.ne fed.:

It. cor.:

[1) vd. 'accubito', Oli-Devoto 2011, p. 28, Garzanti, Dizionario-Etimologico 2000, p. 16; 2) vd. cŭbĭtum, Calonghi, Dizionario Latino-Italiano 1993, pp. 708, 709].


D

diṡnèr (gh), mangiâr (lo)


E

əd'nàns(gh), davanti (lo)

Avv. e prep., it. dinnanzi, 'davanti', in direzione frontale', dal lat. in antea, dial. (gh), ad'nàns (lo).

Loc. dial.le: guèrda tì, a són caschè pròperia əd'nàns a cà... té stràmaledìsa(1), agh manchèva ànca cùla lì. a t'zì pròperia un bel cuiòn, la pròsima vòta guèrda du t'mèt i pé, scàntet un po' Ric.ne fed.: "Guarda té, io sono cascato proprio davanti a casa... ti stramaledica! Ci mancava anche quella lì". "Tu sei proprio un bel coglione! La prossima volta guarda dove metti i piedi, scantati un po'".

It. cor.: "Guarda tu, sono caduto proprio dinnanzi a casa... ti stramaledica, ci mancava anche questa.". "Sei proprio un bel coglione! La prossima volta guarda dove metti i piedi".

[ 1) Tipica imprecazione volgare usata per rimproverare se stessi riguardo ad una azione che ci ha causato un danno.


F

fiö (gh), (lo)

S.m., it. figlio


fiöl (gh), (lo)

S.m., it. figliolo


fiöla (gh), (lo)

S.f., it. figliuola, (gh), dal lat. filĭa (iniz. sec. XIV), più il suff. diminutivo o vezzeggiativo f. -ola (-olo), di -eŏlus'.

Loc. dial.le: "Téna un po' adré a tò fiöla che in cö c'lé fésta la sé mis in tésta d'andèr a balèr. Adésa a gò da fèr, pò dòpa agh pinsarò".

Ric. fed.: "Tieni un po' addietro a tua figlia che in oggi che è festa lei si è messa in testa di andare a ballare". "Adesso io ho da fare, poi dopo ci penserò".

It. cor.: "Tua figlia, essendo oggi festa, si è messa in testa di andare a ballare, seguila un po'". "Ora ho da fare, poi ci penserò!".


fòla, (gh), (lo)

S.f., it. favola, dal lat. fabŭla(ante. sec. XIV), 'racconto immaginario', 'narrazione fantastica'.

Loc. dial.le: cùla ca va cuntè al prēt lé 'na gran fòla, a val digh mi, d'zi vü, siv d'acòrdi?. eh, a méra davīṡ, ma savì al vòlti c'mé lé... lì per lì, da bèina, mi a gò cherdǜ c'mé un bel cuiòn.

Ric.ne fed.: "... Quella che vi ha raccontato il prete è una gran fòla, ve lo dico me! Dite voi, siete d'accordo?". "Eh, mè era d'aviso, ma sapete alle volte come la è... lì per lì, dabbene, mè ciò creduto come un bel coglione".

It. cor.: "Quella che vi ha raccontato il prete è una gran favola, ve lo dico io! Dite voi, siete d'accordo?". "Eh, io ero dell'avviso, ma alle volte sapete com'è... lì per lì, buon uomo, io gli ho creduto come un coglione".


foièta (la) (Ca.), quartén (un), (gh), quàrt (un), (lo) S.f., it. foglietta, quarto di vino o mezzo litro, secondo le aree geografiche, coppa metallica larga e bassa. Etim. incerto, prob. der. del lat. phĭăla(1) più il suff. dim. e vezzeggiativo -etta, lat. tardo ĭttu(m), qui a volerne significare la ridotta misura di capacità. Si vedano anche il lat. volg. foliètta(2), corruzione di Fiolètta per Fialètta, piccola misura per liquidi, specialmente per il vino, che conteneva la quarta parte del boccale; il provenz. folheta (3), misura per liquidi già in uso a Roma, equivalente a 0'4557 litri per il vino e 0'5132 litri per 'olio, sec. XV; il fr. feuillette(4), stesso sec.; il parmigiano fojètta, it. Fogliétta(5), misura per liquidi equivalente ad un quartino a Parma, al mezzo litro in Toscana e in Lazio. Il termine è riscontrabile anche presso altre aree geografiche del settentrione d'Italia; 6) lat. phiala(gr.), ted. Schale, ciotola.

Loc. dial.le: a sond'è a bevér 'nà foièta, e pò n'ètra ancùra, a l'usterìa əd càsi, urmèi a nìn pudèva pǜ, agh'nèva pròperia de b'sǘgn!. a té pròperia fàt bén! Perché an té ml'é mia dìt? La pròsima vòta ciàmem ca vén pü che v'luntéra ànca mì, tàl sé ànca tì è?.

Ric.ne fed.: "io sono andato a bere una foietta, e poi un'altra, alla osteria di Cassio, ormai io non ne potevo più, ne avevo proprio di bisogno". "ai tu proprio fatto bene! Perché tè non me l'ai detto? la prossima volta chiamami che vengo più che volentieri anche mè, tè lo sai anche tè è?"

It. cor.: "Sono andato all'osteria di Cassio (7) a bere una fogliètta, eppoi un'altra ancora, oramai non potevo più, ne avevo proprio bisogno". "Hai fatto proprio bene! Perché non me lo hai detto? La prossima volta chiamami perché verrei più che volentieri, lo sai anche tu è?"

[Vd.: 1) Calonghi, Latino-Italiano, ediz. 1993, p. 2059; 2) Francesco Bonomi 2004-2008, www.etimo.it; 3) Devoto-Oli 2011, p. 1125; 4) Tullio de Mauro - Marco Mancini ottobre 2000, Diz. Etimologico, Garzanti, p. 781; 5) Guglielmo Capacchi 1992, Tomo I A-L, Dizionario Italiano-Parmigiano, p. 327; 6) REW, 6466, p. 533; 7) Cassio Parmense, ndr.].


G


H


I


incö (gh), (lo) it. in oggi, dal lat. in hoc die, 'in questo giorno', 'nel giorno presente'.


L

lotàgh


M

màrc'mànd


N


O


òreb agg., e s.m. (gh), dal lat. eccl. orbus, it. orbo, der. di orbare, accecare . Si dice di persona cieca, privata della vista.

Loc. dial.le: a tl'hò dìt ca tzì pròperia oréb.... ma guèrda tì sa gò da sintìr a dīr ànca cùsta chì, tì at'sarì òreb, miga mì"

Ric.ne fed.: "Io te l'ho detto che sei proprio òrbo...". "Ma guarda tè se io ho da sentirmi dire anche questa qui, tè sarai orbo, mica io!".

It. cor.: "Te l'ho detto che sei proprio cieco...". "Tu guarda se devo sentirmi dire anche questa cosa, tu sarai cieco, non io!


öv a balèt (i),



P


piaṡēr (gh), piaṡèir (lo)


pita (la), (Ca.), (rp), ciùca (gh), (lo.)

S.f. sonno, sbornia, ubriacatura, probabilmente da una forma volgare *accipita, dal lat. dotto accipiter(1) con successivo passaggio a "pita" per contrazione (accipita < pita), qui nell'accezione di 'uccello di rapina', e per estensione il senso potrebbe essere "rapito dal sonno". Lo stesso vocabolo, oltre ad essere usato per significare rapaci e gallinacei, da' il nome al pane greco , pita (gr. πίτα), varietà diffusa in gran parte del Medio Oriente, molto simile all'omonima piadina romagnola. Nella lingua spagnola pita da (pitta), è sinonimo di chioccia, come lo è nel veneto e in tante altre zone del settentrione d'Italia, la stessa cosa vale per la femmina del tacchino (Meleagris gallopavo).


Loc. dial.le: adésa a tn'incónti vüna, ma ténla per tì, a márc'mánd è... . stà tranquìl, sta pür sèrt ca nal dīgh miga a nisón, ma te daviṡ che mi a son cul cal và a fèr la spia chi e là?". "no, al sò, al so catzì von 'd parola, a tal se cam fīd əd tì a òċe strìch. dónca, stàm a sintīr chì da bén, dàm ascùlta. iér dòp meżdì a són stè intlà cantéina a infiàschêr cul vén rùs ca ghèva ancùra in clà damzàna là, cùla cat'mév purtè da chi indré, forsi infìna l'àn pasé e pr'infiaschèr a iò impgnè la càna. Cara al mé ùm lè sücés che... tiren un bel gugnón prìma e tiren sü un bél gùs dòpa... a me piumbè adòs 'na pita ca tal digh mì... am són durmì in téra, stravaché là, tüt insìma ai pianón, diṡteṡ pr'al löng cul gàmbi sténchi c'me 'n mòrt. cara tì, a nét digh miga cul clà ma dìt la marièta quànd la catè mì, durmént in téra, al capél tùrs əd vén perché al mera caschè intlà d'gaméla du gh'nera ristè ancùra un pò, un fiàsch druchè żü ànca lü e tüt al ven straiè in gīr clé pò la cosa cla ma fat pü mél al cör. at digh mì, cara tì, che me mujèra la nen m'nà lasé vüna da dīr, cul clà 'n mà dìt la sle d'zmindghè... e csì pò la ma gurnì ànca la cièva dla cantéina... e al fiàsch dal vén, clé al dispiasér pü gròs clà 'm pudèva dèr". "E, a iò capì, ma fòrsi urmèi a sarà mei ca tegh dagh un tài cun chel pìti lì... o no?". "ah, pita pü pita méno, al ne mìa cul lì al fàt... slé per cùla ànca dòp disné am véna la pita, c'mé tal spiéghet ti? ... se a la mé etè an pòs gnàn pü béver un biciér əd vén alūra cara tì a mé d'mandi cum pòsia gôd'r ancùra əd cul pōgh cam résta prima d'andêr a vultêr i pé al s'gnūr... c'mé i dìṡen".


Ric.ne fed.: "Adesso te ne conto una, ma tienla per te, mi racomando!". "Stai tranquillo, sta pur certo che non lo dico mica a nesuno, ma ti è daviso che mè sono quello là che va a far la spia qui e là?". "No, lo so, lo so che te sei uno di parola e di tè mi fido a occhi stretti. Dunque, Stammi a sentire qui che sei uno dabbene, ascolta: ieri pomeriggio sono stato nella cantina ad infiascare quel vino rosso che ciavevo ancora in quella damigiana là, quella che m'avevi portato da qui indietro, forse infino l'anno pasato... e, per infiascare io ho impegnato la canna, tirane un bel gognone prima e tirane su un bel goccio dopa... mi è piombata adosso una pīta che te lo dico me... io mi son dormito per terra, stravaccàto là, disteso per il lungo con le gambe stenche come un morto. Caro té, non ti dico mica quello che la ma detto la Marietta quando lei ha cattato me, dormento in terra, il capello torso di vino perché era cascato nella gamèlla dove ce n'era restato ancora po', un fiasco dirocato giù e tutto il vino straiato intorno che è la cosa che mi fa più male al cuore. Ti dico mè, caro tè, che mia moièra non me ne ha lasciato una da dire, quello che non ma detto se l'è dismenteghito... , e così poi lei mi ho gornato anca la chiave dela cantina... e 'l fiasco del vino, che è il dispiacere più grosso che lei mi poteva dare". "Eh, ho capito, ma forse ormai sarà meglio che ci dai un taglio con quelle pite lì... o no?". "Ah, pita più pita meno, non è quello lì il fatto... se è per quello anche dopo desinato mi viene la pita, come te lo spieghi tu? se ala mia età non posso gnànche più bere un biciere di vino alóra, caro té, mi domando cosa mi posso godere di quel poco che mi resta ancora prima d'andare a voltare i piedi al Signore, come dicono..."


It. cor.: "Ora ti racconto una cosa che mi è accaduta, ma tienila per te, mi raccomando!". "Stai tranquillo, non lo dirò a nessuno, ti sembro il tipo che va a spifferare le cose qua e là?". "No, lo so che tu sei di parola, di te mi fido ad occhi chiusi. So che sei una persona per bene, stai a sentirmi, ascoltami! Ieri pomeriggio sono andato nella mia cantina ad infiascare il vino rosso conservato nella damigiana che mi avevi portato molto tempo addietro, probabilmente già lo scorso anno e per infiascare ho usato la canna. Così è successo che, aspirane un abbondante sorso prima ed aspirane un bel goccio dopo, sono stato rapito dal sonno in modo talmente profondo da non saperlo descrivere. Mi sono addormentato in terra, lungo, disteso. Non ti dico ciò che mi ha detto Marietta quando mi ha trovato in quelle condizioni, non mi ha lasciato il tempo di pronunciare una sola parola, quello che non mi ha detto evidentemente se lo è dimenticato. Ora, a completare il tutto, mi ha nascosto la chiave della cantina e il fiasco del vino che è il dispiacere più grande che potesse darmi". "Eh, capisco, ma non credi che sia giunto ormai il momento di non ubriacarti più oppure pensi di no?". "Ah, sbornia più sbornia meno non è quello il problema, se fosse per quel motivo come ti spieghi che mi prende il sonno anche dopo aver pranzato. Se alla mia età non posso più bere nemmeno un bicchiere di vino allora mi chiedo che altro possa godermi del poco che mi resta da vivere prima che vada a voltare i piedi al Signore, come si usa dire..."


[ 1) Calonghi, Latino-Italiano, ediz. 1993, p. 23]


pùm


Lettera Q


Lettera, R


rèva (vd. anche le dial. vèra,vìra), (gh), v.tr., it. rivelare, estens. 'aprire'(1), 'togliere il velo', 'permettere all'occhio di rivelare le cose esterne', per comparazione tra la trasparenza del velo e l'uguale del vetro dal lat. revelare.

Loc. dial.le: rèva un pò la f'nestra per piaṡēr, an séntet mia che chēd a fa in cà?. o s'gnūr... am quénta stèr sü nètra vòta, pusìbil can s'pòsa mèi stèr in pèsa un minǘt in clà cà chi? eh si ca tàl vèd ca són imp'gnè....

Ric.ne fed.: "Revi un po' la fnèstra per piacere, non senti mica che che caldo che fa in casa?". "Oh Signor... mi quénta stare su n'altra volta... posibile che non si può mai stare in pace in questa casa qui?".

It. cor.: "Apri un poco la finestra per piacere! Non senti che caldo che fa in casa?". "Oh Signore! Mi devo alzare un'altra volta... possibile che in questa casa non si possa mai stare in pace?"

[ 1) Calonghi, Dizionario Latino-Italiano, ediz. 1993 revelatio II, p. 2399].


rüd (gh), (ca.), s.m., pop. rudo, dal lat. rūdus, it. 'sporcizia', 'macerie'(1). Il termine dialettale si riferisce a tutto ciò che è considerato rifiuto in quanto, generalmente, costituisce un ingombro dall'odore sgradevole e brutto al vedersi.

Loc. dial.le: tö sü la rüscarola e porta via cul rüd lì per piaṡer, senta che spüsa cal gà. in du 'l pòrtia?. pòrt'l intlà rüdêra che po' al farà al chês quànd a c'sarà da dêr al rüd in tl'òrt.

Ric.ne fed.: "Prendi su la ruscarola e porta via quel rudo lì per piacere! Senti che puzza che ha!". "In dove lo porto?". " Portetlo là in tela rüdêra che poi lui farà al caso quando ci sarà da dare il rudo in tel'orto".

It. cor.: "Fammi il favore, prendi la sporcizia che sta nella pattumiera e portala via, senti come puzza". "Dove devo portarla?". "Portala nella letamaia, verrà utile quando dovremo concimare l'orto"

[ 1) vd. REW. 7422]


rüdêra (la)


Lettera S

sbandèr (gh), v.intr., sbandare, da ex bandare, 'uscire dalla banda', 'oltrepassare la banda, qui nel significato di 'lato', 'limite', 'confine, per lo più agrario', dal gotico bandwa, segno, lat. mediev. bandum (ante sec. XIV).

scǘdlèra (gh), *scodellara, vd. bìsa scǘdlèra, (Ca.), scient.Testudo Hermanni, 'tartaruga di terra'. Termine del tipo composto dal lat. mediev. scūtella, it. scodella, e dal lat. ara(1) nelle accezioni di 'rifugio', 'protezione', da cui *scodellara, a significare 'protetta dalla scodella', dotata di scodella'. Si veda anche il lat.scūtum(2) , scudo, da cui il prob. 'dotata di scudo'.

Loc. dial.le: al sēt che l'èter dì a sond'è in tal bòsch a fèr la lègna e in tal ménter ca séra adré taiér 'na pianta am'sé prisinté əd'nàns 'na bìsa scǜdlèra ?. à t'sì stè furtünè, al dì d'incö an sin vèda quèsi pǘ urmèi..."

Ric.ne fed.: "Lo sai che l'altro giorno sono andato nel bosco a fare la legna e nel mentre che ero adietro a tagliare na pianta a mé si è presentato davanti una biscia scudelara?". "Tu sei stato fortunato, al giorno d'oggi non se ne vede quasi più ormai..."

It. cor.: "Lo sai che l'altro ieri mi sono recato nel bosco per tagliare la legna e mentre stavo tagliando un albero, una biscia scodellara mi si è palesata di fronte?". "Sei stato fortunato, oggigiorno si vedono raramente".

[ 1) Calonghi, Dizionario Latino-Italiano, ediz. 1993, p. 225; 2) Calonghi, Dizionario Latino-Italiano, ediz. 1993, p. 2480;].


ṡbarlüṡèra allucinazione


scarpasón (gh), s.m. e soprannome, it. *scarpazzone, der. di scarpone. Il termine è composto dal germ. skarpa (circa 988 d.C.), cui sono stati apposti i suff.si f. -azza, dispregiativo, e -one(3), accrescitivo. Il vocabolo potrebbe significare "persona sempre in movimento, grezza, grossolana, dall'andatura poco accorta e poco elegante".

Loc. dial.le: a tò da dīr che a t'si un gran scarpasón, quànd a t'sì 'ndè in tl'òrt a tör sü al tumàchi, cun chi scarpunàs lì cad ghé ai pé, at me ṡgniché tüt al persemél, e ti marièta tribùla tüt al dì per t'gnir adré a l'òrt!(2). a t'me da scüsêr mà(1), ma mi an mi son mia pròperia virtì.

Ric.ne fed.: "Ti devo dire che sei un grande scarpasone! Quando sei 'ndato intel'orto a torre(2) su le tomache tu a mè ai sgniccato con quei scarponacci lì tutto il persemolo, e tu Marietta tribolla tutto il dì per tenere a dietro a l'òrto!". "Tu devi scusare me mamma, ma me non me ne sono mica pròpio vertito".

It. cor.: "Devo dirti che sei un gran *scarpazzone! Quando sei andato a raccogliere i pomodori nell'orto, con quegli scarponacci che ti ritrovi, mi hai schiacciato tutto il prezzemolo, e tu Marietta lavora e tribola tutto il giorno per stare addietro all'orto!". " Mamma, mi devi scusare, ma non me ne sono proprio accorto".


[ 1) Contrazione dialettale del sostantivo mamma; 2) Con chiaro riferimento a se stessa; It. 'torre', variante popolare arc. di 'togliere', vd. Oli-Devoto, p. 2956].


ṡgarblè (gh), v.tr., etim. incerto, *sgarbellato, it. spellato, sbucciato(1). Il termine è dalla forma dialettale di origine longobarda garba, che sta alla base del f. ṡgarba. Il nome garba "sarebbe un derivato del verbo dialettale ṡgarbare al quale in epoca più tarda sarebbe stata anteposta la s rafforzativa per rinforzare il significato che è 'deviare formando una curva'. Nel caso specifico, il termine, fa riferimento alla cute che in seguito ad una ferita da struscio s'incurva all'insù.

Loc. dial.le: màma a son sguijè in téra e am son sgarblé tüt e dü i snoċ, guèrda.... a tet rangiaré un pò è, mi a tal digh sémper de stèr a tenti. Va de dlà a piêr i siròt e mèteghia sü, prima disinfétegh da raṡón.

Ric.ne fed.: "Mamma, sono sguigliato in terra e mi sono spelato tutte e due i ginocchi, guarda!", "Ti rangerai un pò è?, mè te lo dico sempre di stare a tento... va di là a pigliare i cerotti e metteceli su, prima disinfettaci da ragione".

It. cor.: "Mamma, sono scivolato in terra e mi sono spellato tutte e due le ginocchia, guarda!". "Ti arrangerai un po', é vero? Io sono sempre a dirti di stare attento... vai di là a prendere i cerotti e applicaceli sopra, prima disinfettaci per bene".

[ 1) subire un atto offensivo', nello specifico 'ferita che tende ad incurvare la pelle'; si veda al riguardo l'etimologia del termine sgarba in Mussi S. 2007, in I luoghi si raccontano, Baselica, loc. 'Costa delle sgarbe', p. 8].


ṡguàsa (la), (gh), (ca), s.f., it. guazza (rugiada), con il pref. s, lat. ex(1), qui come preposizione indicante il concetto di provenienza di, da, de, 'di guazza', 'da guazza', 'della guazza', dal lat. volg. *(a)quatia, der. di ăquātus con aferesi di a, 'mescolato con acqua, acquoso'(2); Il termine significa 'rugiada copiosa e densa'(3).

Loc. dial.le:

Ric.ne fed.:

It. cor.:

[1) Calonghi, Dizionario Latino-Italano, ediz. 1993, pp. 1005, 1006; 2) Devoto-Oli 2011, p. 2453; il termine 'aferesi' significa 'sottrazione', nello specifico ha comportato la "caduta" della vocale a causa il suono più debole nel confronto con la consonante q successiva; 3) Devoto-Oli 2011, p. 1287].


spǘsa (gh.), s.f., dal lat. volg. * putja, der. di * putire, dal lat. class. putēre, it. 'puzza' con aferesi della s iniziale che è dal lat. dìs- la quale attribuisce al vocabolo il senso peggiorativo.

Loc. dial.le: Ma sénta tì che spǜsa cal fa cul càvulfiùr ca te mis a cösēr intlà brònsa, là impesté tǘt la cà, vèra la f'néstra e scòsta ànca i scǘr per piasēr... sàt pöl. bruntéla, bruntéla sempér, ti ad ghe sémper da bruntulēr, a ne t'và mèi ben gnénta... va föra va, va föra a ciapèr dl'aria... fām al piaṡēr.

Ric.ne fed.: "Ma senti tè che puzza che fa quel cavolfiore che tè ai messo a cuocere in tella bronza, l'ha impestato tutta la casa, révi la finestra e scòsta anche gli scuri per piacere... se tu puoi". "brontèlla, brontèlla pure, tè ai sempre da brontelare... a tè non va mai bene niente... va fuori va, va fuori a ciappàre un po' d'aria... fammi il piacere".

It. cor.: "Ma senti tu che puzza emana il cavolfiore che hai messo a cuocere nella pentola, ha pervaso tutta la casa, apri la finestra per favore e scosta anche gli scuri... se puoi...". "Brontola, brontola pure, tu brontoli sempre... non ti va mai bene nulla, vai fuori a respirare un po' d'aria... fammi il favore".


ṡbüṡì (s)bucato, forato.


T


ténder, attendere

töla

tör it. 'tòrre', v.tr., variante arc. popolare o poetico di togliere trónch (licensiè in ...)


Lettera U

Lettera V

Lettera Z



Parole e forme dialettali ancora da inserire

A

adésu (adesso, ora, in questo momento, dal lat. ad ipsum), dial. borgotarese.

al castâgn (le castagne)

a (prenome 'io')

anà (andato / a / i /)

anâva (andavo)

anè (andato)

andùma (andiamo)

anùma (andiamo)

apèna (appena, a gran pena)

ar (al)

àtru (altro, dal lat. àlterum)


B

bənedì (benedire)

bənedîvî (benedivano)

bandunà (abbandonato / a)

bendisiòn (benedizione)

bóchi (cespugli spinosi)

bóschi (boschi, terreni con alberi)

burgâr (pulire, togliere)

bùrghē (polenta di castagne)

bùrghe (castagne lessate)

burgùma (ripuliamo, togliamo)

buschéttu (boschetto)

busignòn (cespugli di bosso)


C

ca (che)

cà (casa)

cadàstru (Catasto, lat. capitastrum)

campagna (lat. campània)

canà (canale, lat. canalem)

canadél (canaletto)

caplətta (cappelletta)

castāgni (piante di c, propera, properu(m), it. propero, frettoloso

pü (più, lat. plús )

purtisiòn (processione)


pusulòn (poggiolone, grande 'poggiolo')


Q

quànt (quando)


R

ràsa (razza, discendenza)

rîv (rive, s.f. riva, lat. ripa(m))

róncu (ronco, terreno dissodato)

róveri (piante di rovere)

rümegâla (rimuginarla, rivoltarla)


S

səgà (segare)

San Peru (San Pietro)

Santa Crûṡi (Santa Croce)

saplâvi (zappavano)

ṡburgâr (ripulire)

scravè (tosato)

sem'nāva (seminava)

seminà (seminato)

sèmp'lì (sempre lì)

sent'âni (cento anni)

ṡgarblè (spellato, sbucciato)

simitéri (cimitero)

son (sono)

son'dà (sono andato)

son'nà (sono andato)

spiàgiu (spiaggio)

stàgh (stato)

stò (stò, V. stare)

strà (strada)

subədà (zappare)

súma (siamo)

súra (sopra, lat. super)

sút (sotto, lat. subtus)

súta (sotto, lat. subtus)

sútu (sotto, lat. subtus)

svədda (si vede)


T

taiār (tagliare)

taià (tagliato)

tèmpi (tempi, pl. di tempo)

ten diir (tieni (il) dire, ascolta)

têra (terra)

têre (terre, terreni)

tòcu (volg. tòcco, pezzo)

tör

tréntotâni (trentotto anni)

tvè (tu vai?)

tǘttu (tutto)

tzè (tu sai)

tzúra (di sopra, lat. super)


U

u resta (lui resta)

u và (lui va)

ün (un)

üna (una)

urəmai (oramai)

urmài (ormai)

us (lui si)

ut'vè? / dut'vè? (dove tu vai?)


V

vèrs (verso)

vìla (villa, nel senso di 'villaggio')

vò (vado)

vólta (na) (tempo addietro)

vü (vói, lei, forma arc. pl. m. e f. del pronome pers. tu)


Z

zìma (cima, sopra)

zü (giù) astagno)

caṡela (casella, lat. capsèlla)

ceṡa (chiesa)

chè (case, pl. di casa, lat. càsa)

chì (qui, lat. quis)

ciàma (chiama)

ciamàva (chiamava)

clà (quella, lat. ecccu illam)

còst (coste, sponde di monte)

cotǘra (coltura)

crûṡi (croce, lat. crux)

cùla (quella, lat. eccu illamm)

cultīve (coltive)

cùlu / cululì (quello, lat. eccu illum)

cumə (come, lat. quòmodo)

cusì (così, lat. eccu sic)


D

d'anà (di andare)

dagh (dargli)

désa (adesso, ora)

dìṡe(n) (essi dicono)

diṡèivi (tu dicevi)

diṡèivin (essi dicevano)

dìṡin (i) (loro dicono)

disùma (noi diciamo)

dla (della, prep. art., lat. de illa)

dlə (delle. prep. art., lat. de ille)

dópu (dopo, di poi, lat. de post)

dòttə vé? (dove vai?)

dù (due)

dż'vèn (da) (da vicino)

dżèivi(i) (loro dicevano)

dżǘ (giù, it. arc. giùso, lat. de òrsum)


E

ed (di)


F

fa (fare)

fəna (fino, sino, lat. finìs)

fəst (feste, festività religiose)

fàs (farci, es: farci una partita)

fàtu (fatto, costruito, lat. factus)

fiànch (fianco, lato)

f'nì / fnì (finito, terminato)

fórsi (forse, lat. fòrsit)

fü (in luogo del dial. parm.no , it. su, sopra, lat. super)

fuiêr (fogliaio, mucchio di foglie, v. pagliaio)


G

ganâva (ci andavo)

garà (avrà)

garàn (avranno)

ghè (c'è)

ghéra (c'era)

ghin (ce n'è)

gö (c'è, ci sono)

grǘpu (gruppo, insieme di...)

gùma (ci abbiamo, noi abbiamo)


I

i gan (loro ci hanno, possessivo, V. avere)

i ghèn (loro ci sono)

iàn (loro hanno)

ianâva (egli andava)

ién (loro sono)

iéra (lui era)

in ( in, nel, dentro, lat. intǔs)

in fàcia (in faccia, di fronte / in fronte a...)

in fòundu (in fondo, alla fine, all'estremità)

in meṡa (in mezzo, nel mezzo)

insǘma (in cima, sopra)

int (in, dentro, lat. de intro)

intal (nel, dentro)

intlà (nella)

ìtu (detto, pronunciato)


L

l'era (lei / lui, era)

la ìtu (lo ha detto)

lagu (lago)

lasǘ (lassù, là in alto)

lavurà (lavorare)

lavurâvin (vi lavoravano)

lè (lei è)

lègna / lìgna (legna)

lègni (legne), f. pl. di legna)

lémi (leme, erba "veccia dolce", sc. Vicia sativa)

lì (lì, in quel luogo)

Lino (Lino, nome di persona)


M

mi (me, io)


N

na (una)

na vóta (una volta, tempo fa)

nàtra (un'altra)

niètri (noialtri, noi)

nisöli (nocciole, lat. nux)

nisòn (nessuno, lat. ne ipse uno)


P

p'ndà (per andare)

p'r (per)

pə (per)

pədì (per dire, si fa per dire)

pərché (perché, per qual cagione)

paièiṡ (paese, lat. (*) pagènse(m))

partì (partita, qui inteso come 'partita a carte')

pasà (passato)

pàsa (passa)

pasâvin (passavano, transitavano)

patròn (padrone, lat. patrōnu(m)

pé (piede, lat. pĕde(m))

pèrs (persa / o , perduto)

piàn (piana, lat. tard. plana(m))

pinēta (pineta, bosco di pini, lat. pinētum)

pò (poi, lat. post)

prà (prato, lat. pratu(m))

prè (prato, lat. pratu(m))

pròperia (avv., dal lat. prŏpērātō, it. propero, 'in fretta', 'presto', 'con premura')

pròperia (agg. poss. dal. lat. properus...)

pü (più, lat. plús )

purtisiòn (processione)

pusulòn (poggiolone, grande 'poggiolo')


Q

quànt (quando)


R

ràsa (razza, discendenza)

rîv (rive, s.f. riva, lat. ripa(m))

róncu (ronco, terreno dissodato)

róveri (piante di rovere)

rümegâla (rimuginarla, rivoltarla)


S

səgà (segare)

San Peru (San Pietro)

Santa Crûṡi (Santa Croce)

saplâvi (zappavano)

sbandèr (sbandare)

ṡburgâr (ripulire)

scravè (tosato)

sem'nāva (seminava)

seminà (seminato)

sèmp'lì (sempre lì)

sent'âni (cento anni)

ṡgarblè (spellato, sbucciato)

simitéri (cimitero)

son (sono)

son'dà (sono andato)

son'nà (sono andato)

spiàgiu (spiaggio)

stàgh (stato)

stò (stò, V. stare)

strà (strada)

subədà (zappare)

súma (siamo)

súra (sopra, lat. super)

sút (sotto, lat. subtus)

súta (sotto, lat. subtus)

sútu (sotto, lat. subtus)

svədda (si vede)


T

taiār (tagliare)

taià (tagliato)

tèmpi (tempi, pl. di tempo)

ten diir (tieni (il) dire, ascolta)

têra (terra)

têre (terre, terreni)

tòcu (volg. tòcco, pezzo)

tréntotâni (trentotto anni)

tvè (tu vai?)

tǘttu (tutto)

tzè (tu sai)

tzúra (di sopra, lat. super)


U

u resta (lui resta)

u và (lui va)

ün (un)

üna (una)

urəmai (oramai)

urmài (ormai)

us (lui si)

ut'vè? / dut'vè? (dove tu vai?)


V

vèrs (verso)

vìla (villa, nel senso di 'villaggio')

vò (vado)

vólta (na) (tempo addietro)

vü (vói, lei, forma arc. pl. m. e f. del pronome pers. tu)


Z

zìma (cima, sopra)

zü (giù)

Ric.ne fed.: "adesso vado a desinare". "La non è mica pronta, sta pur lì ancora un pochinino, quando la è pronta ti chiamo mè, stai tranquillo".

It. cor.: "Ora vado a desinare!". "Non è pronta, rimani pure lì ancora un pochino, quando sarà pronta ti chiamo, stai tranquillo".

[ante 1249, vd. Devoto-Oli 2011]


adèṡi, avv., (Gh.), dal lat. tard. *adiăcens, seconda metà sec. XII, it. adagio, con comodo, lentamente.

Loc. dial.: a marcmànd (1), töla(2) sü adêṡi(3), adêṡi. eh, pruvarò dèrt a mènt, ti té d'avis, ma la né miga acsì fàsil c'me te d'avīs a tì....

Ric.ne fed.: "Io mi raccomando, toglila su adagio, adagio". "Eh, proverò, tu ti è d'aviso, ma la non mica cosi facile come tè daviso a tè....

It. cor.: "Mi raccomando(3), prendila su adagio, adagio". "Eh, proverò, tu sei dell'avviso, ma non è cosi facile come a sembra tu".

[ 1) 'Mi raccomando!', qui nell'accezione di raccomando me stesso a te, mi metto nelle tue mani, ti do fiducia. 2) Per la voce dial. töla, si rimanda alla lettera T. 3) Dial. adêsi, da pronunciarsi adèèsi, con e aperto e lungo, trascinato, la 's' e quella dolce come in 'rosa'].


adré, avv., (Gh.), dal lat. ad retro, it. addietro(1).

Loc. dial.: dai, dàgh adré, dàgh adré ca fùma tèrdi si nò, sdòrmet, sta sü ca ne ùra!". "öh, sénta chi pèrla! a v'rìs vèder tì in tal mé cundisiòn cù't farìs....

Ric.ne fed.: "Dai, dagli addietro, dagli addietro che famo tardi sennò, stai su che ne è ora!". "Oh senti chi parla! Io vorrei vedere tè, nelle mie condizioni(2) cosa faresti...".

It. cor.: "Dai, fai alla svelta, fai alla svelta che sennò facciamo tardi, alzati che è ora!". "Oh, senti chi parla, vorrei vedere tu che faresti nelle mie condizioni...".

[ 1) It. addietro, ant. a dietro, qui nell'accezione temporale. 2) It. condizioni, qui con riferimento ad uno stato fisico debilitato o con handicap].


arlöi, (Gh.), arlòi (Lo.), s.m., it. orologio, dal lat. hōrŏlŏgĭum, (ante. 1321), comp. di hōra e lēgō qui nell'accezione di 'dico', il senso è quello di 'che dice l'ora'.

Loc. dial.le: a ghé al mé arlöi cal résta sempr'indré, sét tì sa ghé quèlch rimēdi?. da mént a mì da bén, bütl intlà rüscaröla(1) e vàt'n a pièr vòn növ ed pàca da l'arluiēr.

Ric.ne fed.: "C'è il mio orologio che resta sempre indietro, sai tu se c'è qualche rimedio?". "Dai a mente a me dabbene, buttalo nella ruscarola e vattene a prendere uno nuovo di pacca dall'orologiaio".

It. cor.: "Il mio orologio resta sempre indietro(2), che tu sappia c'è qualche rimedio?". "Dai retta a me, buttalo nella pattumiera e vai dall'orologiaio a comprarne uno nuovo di pacchia(3)"

[ 1) It. pattumiera. Per l'etimologia del termine dial.le rüscaröla si rimanda alla lettera R. 2) Vd. Devoto-Oli 2011. 3) It. pàcchia, s.f. pop., significante 'straordinariamente vantaggioso sul piano materiale', vd. Devoto-Oli 2011].


arluiér, (Gh), arluiàr s.m. (Lo), it. orologiaio, dal lat. hōrŏlŏgĭum più il suff. -arius (-aio) formante aggettivi designanti l'attività lavorativa di una persona, nello specifico 'chi ripara e commercia orologi'.

Loc. dial.le: I man dìt va da cul là c'lé bón 'd giüstèr iarlöī... si, si va da cul là, va da cul là... vèrda chi, al se béle fermè nètra vòta, vàt a fidèr ti. al m'là cunté sü... a gò fat cùste, a gò fat stèter... e désa al risültè le che al lancèti in sen béle incavalè l'üna cun cl'ètra tant c'me prìma, à iò pròperia fat un bel afèri mi.... sta mia dèr la cúlpa a mi vè, mi t'lèva dìt, pò ti a t'völ séimper fèr cun la tò testa, ad'ghé na béla süca al pòst ed la tésta... a tal digh mi... adésa rangét.

Ric.ne fed.: "Mi hanno detto va da quello là, va da quelo là che è buono di giustare i orologi... si, si va da quelo là, va da quelo là... varda qui, sè bèle fermato naltra volta, vatti a fidare tè... lui me là contata su... io ciò fatto questo, io ciò fatto quel'altro... e adesso il risultato è che le lacette si sono bèle incavalate l'una con l'altra tanto come prima. Ah, io ho proprio fatto un bel'afare mè". "Non stare mica dar la colpa a me vé, mè te l'avevo detto, poi tè vuoi sempre fare con la tua testa, tu hai una bella zucca al posto dela testa... te lo dico mè... adesso rangiati".

It. cor.: "Mi hanno consigliato di recarmi da quell'orologiaio, vai da lui che è capace di aggiustare gli orologi... guarda, l'orologio si è fermato di nuovo, vai a fidarti, me l'ha raccontata bene, io ho riparato questo ho riparato quello, ed ora il risultato è che le lancette si sono nuovamente accavallate l'una con l'altra. Ah, ho fatto proprio un bell'affare!". "Non dare la colpa a me, te lo avevo detto, ma vuoi sempre fare di testa tua, sei cocciuto, ora arrangiati".


armèri, (Gh.), armàri, (Lo.), s.m., dal lat. armārium, it. armadio, guardaroba.

Loc. dial.le: dà 'n pò 'n'uciè intl'armèri sà c'fìs c'là me camīsa bluèt ca m'la metrìs v'luntēra pr'àndèr in céṡa a la mèsa, fàm al piaṡēr và. si, à lò caté, ma la gà na spǘsa əd cànfura... sénta, am crèdet adésa?.

Ric.ne fed.: "Dai un po' un'occhiata nell'armadio se ci fosse quella mia camicia bluètte che me la metterei volentieri per andare in chiesa alla messa, fammi il piacere vai". "Si, l'ho cattata(1), ma lei ha una spuzza di canfora... senti! Mi credi ora?".

It. cor.: "Dai un po' uno sguardo nell'armadio se ci fosse la mia camicia bluètte che la metterei volentieri per andare alla messa in chiesa, fammi il piacere vai!". " Si, l'ho trovata, ma emana una puzza di canfora... senti(2)!"

[(1) Cattàta, der. di 'cattare', vd. Devoto-Oli 2011; 2) qui nel significato di annusare].


arnóchel, (Gh.), arnòch (Parm.no), agg. e s.m., it. (il) noccolo (tosc. noccola) derivato in -olo di nocca, longob. knohha, it. giuntura, che è preceduto dall'articolo dial. ar, il, lo (l > r), e da nocchio, qui nell'accezione di 'durezza'. Il termine si usa abitualmente per significare una persona 'che presenta durezza nell'esercizio delle funzioni motorie'. Si veda, inoltre, anche l'uso traslato di gnocco per 'scioccone', semplicione' nel senso di 'duro di comprendonio'; cfr. l'it. 'dinoccolato'.

Loc. dial.le: a t'sì pròperia 'n arnochél, an te gnjàn bón əd grüpèret al schérpi..., ò anca cùla adésa a gò da sintirēm a dīr..., 'n vèdet miga ca nem pòs pü pighēr pr'al mēl ai snoċ e a la scéina?.

Ric.ne dial.le: "Tu sei proprio un arnoccolo, te non sei gnanche bono di gruparti le scarpe...", "Oh, anche quella adesso io ho da sentirmi a dire...., non vedi mica che non mi posso piegare per il male ai ginocchi e a la schiena?".

It. cor.: "Sei proprio un arnoccolo, non sei nemmeno capace di allacciarti le scarpe...", "Oh! Ora devo sentirmi dire anche questa..., avrai notato che non sono più in grado di piegarmi a causa del male alle ginocchia e alla schiena?".


asè, (Gh.), avv., dal lat. ad satis(con pref. a- pren., it. io), it. a sazietà, da cui assai, sufficientemente, quanto basta, abbastanza, fin troppo.

Loc. dial.le: urmèi ag'nò asè əd c'là fòla chì, sempér cùla, sempér cùla, té davîṡ?. a capìs, a capìs, porta pasiénsa, dai, prima o dòpa la pas'rà.

Ric.ne fed.: "Ormai io ne ho assai di quella fòla qui, sempre quella, sempre quella, tu sei dell'avviso?". "Io capisco, io capisco, porta pazienza, dai, prima o dopo passerà".

It. cor.: "Di questa storia ormai ne ho assai, sempre quella, sempre quella, sei dell'avviso?". "Capisco, capisco, porta pazienza dai, prima o poi passerà!"


agh (gli)

ai (agli)

àle (alle)

alùra (allora, lat. ad illam hora)

anca (anche)

andè (Gh.), andà (Lo.), it. andato.

andèva (Gh.), (se lui andava)

andèiva (Gh. ?) (io andavo?)

andèma (Gh.), andùma (Lo.)

andìs (Gh.), (se lui andasse)

andùma (Gh. ?), (andiamo)

andè (Gh.), andà (Lo.), (andato)


Lettera B

badèr, (Gh. ?), v. intr., arc. abbadare, dal lat. volg. batare, it. badare, qui nell'accezione di avere cura, sorvegliare, vigilare.

Loc. dial.le: incö b'súgna téndr a chi fiö, stàgh a dré, marcmānd è?. al sò, al sò, a té m'le béle dit pü 'd nà vòta, adésa a gò da fèr, pò agh dàgh n'ucié.

Ric.ne fed.: "oggi c'è da tendere a quei fioli, stagli a dietro, mi raccomando è?". "Lo so, lo so, tè me lo ai bello detto più di una volta, adesso io ciò da fare, poi ci do un'occhiata"

It. cor.: "Oggi devi attendere ai figli", stagli addietro, mi raccomando!". " Lo so, me lo hai già detto più di una volta, ora ho da fare, poi gli darò un'occhiata"


barlǘm, (Gh.), s.m., dal lat. bis lumen, der. di lume, col pref. bar- dal senso peggiorativo. Il prefisso lat. bis- è mutuato dal greco dis, che nelle voci significanti visione esprimere render doppio, veder torto, imperfetto. Lo stesso prefisso si riscontra in alcune parole dell'italiano e specialmente nella lingua francese, come bar-: si vedano ad esempio bisaccia, bisavolo, biscotto, bicipite, bistrattare, bardosso, barlocchio. Il senso del termine è quello di 'luce fioca', 'indistinta', 'sdoppiata alla vista', 'lontana' ".

Loc. dial.le: là in fònda as'vèda péina, péina un barlǘm ed lǘsa, la vèdet?. a la vèd, a la vèd, la né brìṡa brilànta, a ghé da fēr a vèdla, le pròperia fiòca, fiòca, fiòca..."

Ric.ne fed.: "Vedi là in fondo? Si vede appena, appena un barlume di luce". " Io la vedo, io la vedo, la non è brisa brilante, la è proprio fioca, fioca..."

It. cor.: "Vedi là in fondo? Si nota a fatica un barlume di luce". "Lo vedo, non è per nulla brillante, è proprio fioco, fioco..."


Bìsa, (Gh.), s.f., dal lat. bestĭa, da cui le forme volgari bistea e bistia, it. serpente.

Loc. dial.le: vèrda lì ca ghé 'na bìsa, stà ténti, stà indré, stà indré sinò la 't dà 'd bùca, vèna via déd lì... l'éta v'dǜ? . a... te stramaledìsa, vèrda tì che lavūr... , l'era tǘta sùta al föji, an lò mia v'dǜ, slà 'n fìs əstè per tì agh manchéva pōgh c'là 'm dìs əd bùca da bón.

Ric.ne fed.: "Guarda lì che c'è una biscia, sta attenti, sta indietro, sta indietro se nò lei ti da di bocca, vieni via di lì... l'ai veduta?". " Ah, ti stramaledica! guarda té che lavoro... la era tutta sotto alle foglie, io non l'ho veduta, se la non fosse stata per tè a mè mancava poco che la mi desse di bocca da buono".

It. cor.: "Guarda lì, c'è una biscia! Fai attenzione! Allontanati altrimenti ti morde, l'hai vista?". " Ah, ti stramaledica! Guarda tu che mi capita, era del tutto nascosta sotto alle foglie, non l'ho veduta... certamente che se non fosse stato per te avrebbe potuto morsicarmi sul serio".


bundànsa (la), (Gh.), s.f., lat. abundantia, da abundo, straripamento, metà sec. XIII, it. abbondanza. Si usa per significare una quantità di beni, di mezzi, di prodotti e di ricchezza in grande quantità, più del necessario.

Loc. dial.le: "Istân a ghé 'na bundànsa ed pùm ca ne'sà 'd cù fèrni". càttia sü, càttia sü chi vénen sempér bón, a ne s'nà mèi abàsta, ne'sà mèi... intl'invèren...".

Ric. fed.: "in questo anno c'è una abbondanza di pomi che non si sa di cosa farne". "cattali sù, cattali sù che vengono sempre buoni, (a) non se na ha mai abbastanza, non si sa mai in tell'inverno...".

It. cor.: "Quest'anno c'è abbondanza di pomi, non si sa di che farne". "Raccoglili, raccoglili che possono venire buoni, non ce ne sono mai abbastanza, non si mai... nell'inerno... ".


C


catè, v. tr. di cattare, arc., dal lat. captāre, intensivo di capto, it. prendere (ante sec. XV), cogliere, procacciarsi, procurarsi.

Loc. dial.le: al sēt(1) che incö a són andè per fóns intàl böri(2) e nò catè sèt chìlo? e di cò nìgher(3)... agh'néra əd cùi, t'avrìs dovǘ vèder che roba... . a tì, ténd a mì! at pöl dir ch't ghevǜ na béla fúrtòuŋa, da chi dì chi an s'incàta mìa tant... acsì i(4) dīsen... perluméno".

Ric. fed.: "Lo sai che in oggi io sono andato per funghi nelle bòre è ne ho cattati sette chilo? e dei cò negri... ce n'era di quelli... , tu avresti dovuto vedere che roba... ". "a tè, tendi a me, senti qui, tu puoi dire che tu ai avuto na bèla fortuna, da questi giorni qui non se ne catta mica tanti... a così lo dicono, perlomeno... "

It. cor.: "Lo sai che oggi sono andato a cercare i funghi nelle bore(1) e ne ho trovati sette chili? Quei funghi dalla testa nera... ce n'erano alcuni... avresti dovuto vedere che roba... ". "stammi a sentire! Puoi dire di aver avuto una bella fortuna, perché in questo periodo non si trovano molti funghi... perlomeno così ho sentito dire...".

[ 1) La vocale è da pronunciarsi come ee chiuso e lungo o trascinato; 2) Si tratta di una località boschiva, detta Le Bòre, situata presso Ghiare di Berceto (PR); 3) Dal lat. caput niger, testa nera. 4) La vocale dialettale 'i' (vd. in i dīsen), nello specifico assume il valore di 'loro', qui da intendersi come 'la gente' in generale, senza riferimento ad alcuna persona in particolare, quindi tutti, cioè: "tutti dicono"].


D


diṡnèr


Lettera E

əd'nàns (Gh.), ad'nàns (Lo.), avv. e prep., dal lat. in antĕa, it. dinnanzi, davanti, in direzione frontale.

Loc. dial.le: guèrda tì, a són caschè pròepria əd'nàns a cà... té stràmaledìsa(1), agh manchèva anca cùla lì. a t'zì pròperia un bel cuiòn, la pròsima vòta vèrda du t'mèt i pé, scàntet un po' Ric.ne fed.: "Guarda té, io sono cascato proprio davanti a casa... ti stramaledica! Ci mancava anche quella lì". "Tu sei proprio un bel coglione! La prossima volta guarda dove metti i piedi, scantati un po'".

It. cor.: "Guarda tu, sono caduto proprio dinnanzi a casa... ti stramaledica, ci mancava anche questa.". "Sei proprio un bel coglione! La prossima volta guarda dove metti i piedi".

[ 1) Tipica imprecazione volgare usata per rimproverare se stessi riguardo ad una azione che ci ha causato un danno.


Lettera F

fiöla, s.f., (Gh.), dal lat. filĭa (iniz. sec. XIV), più il suff. diminutivo o vezzeggiativo f. -ola (-olo), di -eŏlus', it. figliuola.

Loc. dial.le: "Téna un po' adré a tò fiöla che in cö c'lé fésta la sé mis in tésta d'andèr a balèr. Adésa a gò da fèr, pò dòpa agh pinsarò".

Ric. fed.: "Tieni un po' addietro a tua figlia che in oggi che è festa lei si è messa in testa di andare a ballare". "Adesso io ho da fare, poi dopo ci penserò".

It. cor.: "Tua figlia, essendo oggi festa, si è messa in testa di andare a ballare, seguila un po'". "Ora ho da fare, poi ci penserò!".


fòla, (Gh.), s.f., dal lat. fabŭla, it. favola, racconto (ante. sec. XIV).

Loc. dial.le: cùla ca va cuntè al prēt lé 'na gran fòla, a val digh mi, d'zi vü, siv d'acòrdi?. eh, a méra davīṡ, ma savì al vòlti c'mé lé... lì per lì, da bèina, mi a gò cherdǜ c'mé un bel cuiòn.

Ric.ne fed.: "... Quella che vi ha raccontato il prete è una gran fòla, ve lo dico me! Dite voi, siete d'accordo?". "Eh, mè era d'aviso, ma sapete alle volte come la è... lì per lì, dabbene, mè ciò creduto come un bel coglione".

It. cor.: "Quella che vi ha raccontato il prete è una gran favola, ve lo dico io! Dite voi, siete d'accordo?". "Eh, io ero dell'avviso, ma alle volte sapete com'è... lì per lì, buon uomo, io gli ho creduto come un coglione".


foièta (la), (Ca.), s.f., it. foglietta, quarto di vino, o mezzo litro secondo le aree geografiche, coppa metallica larga e bassa. Etim. incerto, prob. der. del lat. phĭăla(1) più il suff. dim. e vezzeggiativo -etta, lat. tardo ĭttu(m), qui a volerne significare la ridotta misura di capacità. Si vedano anche il lat. volg. foliètta(2), corruzione di Fiolètta per Fialètta, piccola misura per liquidi, specialmente per il vino, che conteneva la quarta parte del boccale; il provenz. folheta (3), misura per liquidi già in uso a Roma, equivalente a 0'4557 litri per il vino e 0'5132 litri per 'olio, sec. XV; il fr. feuillette(4), stesso sec.; il parmigiano fojètta, it. Fogliétta(5), misura per liquidi equivalente ad un quartino a Parma, al mezzo litro in Toscana e in Lazio. Il termine è riscontrabile anche presso altre aree geografiche del settentrione d'Italia; 6) lat. phiala(gr.), ted. Schale, ciotola.

Loc. dial.le: a sond'è a bevér 'nà foièta, e pò n'ètra ancùra, a l'usterìa ed càsi, urmèi a nìn pudèva pǜ, agh'nèva pròperia de b'sǘgn!. a té pròperia fàt bén! Perché an té ml'é mia dìt? La pròsima vòta ciàmem ca vén pǘ che v'luntéra anca mì, tàl sé anca tì è?.

Ric.ne fed.: "io sono andato a bere una foietta, e poi un'altra, alla osteria di Cassio, ormai io non ne potevo più, ne avevo proprio di bisogno". "ai tu proprio fatto bene! Perché tè non me l'ai detto? la prossima volta chiamami che vengo più che volentieri anche mè, tè lo sai anche tè è?"

It. cor.: "Sono andato all'osteria di Cassio (7) a bere una fogliètta, eppoi un'altra ancora, oramai non potevo più, ne avevo proprio bisogno". "hai fatto proprio bene! Perché non me lo hai detto? La prossima volta chiamami perché verrei più che volentieri, lo sai anche tu è?"

[Vd.: 1) Calonghi, Latino-Italiano, ediz. 1993, p. 2059; 2) Francesco Bonomi 2004-2008, www.etimo.it; 3) Devoto-Oli 2011, p. 1125; 4) Tullio de Mauro - Marco Mancini ottobre 2000, Diz. Etimologico, Garzanti, p. 781; 5) Guglielmo Capacchi 1992, Tomo I A-L, Dizionario Italiano-Parmigiano, p. 327; 6) REW, 6466, p. 533; 7) Cassio Parmense, ndr.].


Lettera G

Lettera H

Lettara I

Lettara L

Lettera M


marcmànd, (Gh.), màrcmånd (Lo.)


Lettera N


Lettera O

òreb, agg., e s.m., dal lat. eccl. orbus, it. orbo, der. di orbare, accecare . Si dice di persona cieca, privata della vista.

Loc. dial.le: a tl'hò dìt ca tzì pròperia oréb.... ma vèrda tì sa gò da sintìr a dīr anca cùsta chì, tì at'sarì òreb, miga mì"

Ric.ne fed.: "Io te l'ho detto che sei proprio òrbo...". "Ma guarda tè se io ho da sentirmi dire anche questa qui, tè sarai orbo, mica io!".

It. cor.: "Te l'ho detto che sei proprio cieco...". "Tu guarda se devo sentirmi dire anche questa cosa, tu sarai cieco, non io!


P


piaṡēr

pùm


Lettera Q


Lettera, R

rèva, (Gh.), lat. revelare, it. 'rivelare', estens. 'aprire'(1), 'togliere il velo', 'permettere all'occhio di rivelare le cose esterne', per comparazione tra la trasparenza del velo e l'uguale dei vetro.

Loc. dial.le: rèva un pò la f'nestra per piaṡēr, an séntet mia che chēd a fa in cà?. o s'gnūr... am quénta stèr sü nètra vòta, pusìbil can s'pòsa mèi stèr in pèsa un minǘt in clà cà chi? eh si ca tàl vèd ca són imp'gnè....

Ric.ne fed.: "Revi un po' la fnèstra per piacere, non senti mica che che caldo che fa in casa?". "Oh Signor... mi quénta stare su n'altra volta... posibile che non si può mai stare in pace in questa casa qui?".

It. cor.: "Apri un poco la finestra per piacere! Non senti che caldo che fa in casa?". "Oh Signore! Mi devo alzare un'altra volta... possibile che in questa casa non si possa mai stare in pace?"

[ 1) Calonghi, Dizionario Latino-Italiano, ediz. 1993 revelatio II, p. 2399].


Lettera S

sbandèr, (sbandare, da ex bandare, uscire dalla banda, oltrepassare la 'banda', qui da intendersi come 'limite', 'confine').


scarfuiêr 'nevischiare'.


scǘdlèra, (la bìsa scǘdlèra), (Ca.), Scient. si tratta di un termine del tipo composto, cioè dal lat. scūtum(1), it. scudo, e dal lat. ara(2) nelle accezioni di 'rifugio', 'protezione', da cui *scodellara, qui a voler significare 'protetta dallo scudo', dotata di scudo'. Il termine fa riferimento alla tartaruga di terra (scient. Testudo Hermanni).

Loc. dial.le: al sēt che l'èter dì a sond'è in tal bòsch a fèr la lègna e in tal ménter ca séra adré taiér 'na pianta am'sé prisinté əd'nàns 'na bìsa scǜdlèra?. à t'sì stè furtünè, al dì d'incö an sin vèda quèsi pǘ urmèi..."

Ric.ne fed.: "Lo sai che l'altro giorno sono andato nel bosco a fare la legna e nel mentre che ero adietro a tagliare na pianta a mé si è presentato davanti una biscia scudelara?". "Tu sei stato fortunato, al giorno d'oggi non se ne vede quasi più ormai..."

It. cor.: "Lo sai che l'altro ieri mi sono recato nel bosco per tagliare la legna e, nel mentre che stavo tagliando un albero, una biscia scodellara mi si è palesata di fronte?". "Sei stato fortunato, oggigiorno si vedono raramente".

[ 1) Calonghi, Dizionario Latino-Italiano, ediz. 1993, p. 2480; 2) Calonghi, Dizionario Latino-Italiano, ediz. 1993 p. 225].


ṡbarlüṡèra


spǘsa (Gh.), lat. volg. * putja, der. di * putire, dal lat. class. putēre, it. 'puzza' con caduta della s iniziale che è dal lat. dìs- la quale attribuisce al vocabolo il senso peggiorativo.

Loc. dial.le: Ma sénta tì che spǜsa cal fa cul càvulfiùr ca te mis a cösēr intlà brònsa, là impesté tǘt la ca, rèva la f'néstra e scòsta anca i scür per piasēr... sat pöl. bruntéla, bruntéla sempér, ti ad ghe sémper da bruntlēr, a ne t'và mèi ben gnénta... va föra va, va föra a ciapèr dl'aria... fām al piaṡēr.

Ric.ne fed.: "Ma senti tè che puzza che fa quel cavolfiore che tè ai messo a cuocere in tella bronza, l'ha impestato tutta la casa, révi la finestra e scòsta anche gli scuri per piacere... se tu puoi". "brontèlla, brontèlla pure, tè ai sempre da brontelare... a tè non va mai bene niente... va fuori va, va fuori a ciappàre un po' d'aria... fammi il piacere".

It. cor.: "Ma senti tu che puzza emana il cavolfiore che hai messo a cuocere nella pentola, ha pervaso tutta la casa, apri la finestra per favore e scosta anche gli scuri... se puoi...". "Brontola, brontola pure, tu brontoli sempre... non ti va mai bene nulla, vai fuori a respirare un po' d'aria... fammi il favore.


T


ténder, attendere

töla


Lettera U

Lettera V

Lettera Z



Parole e forme dialettali ancora da inserire

A

adésu (adesso, ora, in questo momento, dal lat. ad ipsum), dial. borgotarese.

al castâgn (le castagne)

a (prenome 'io')

anà (andato / a / i /)

anâva (andavo)

anè (andato)

andùma (andiamo)

anùma (andiamo)

apèna (appena, a gran pena)

ar (al)

àtru (altro, dal lat. àlterum)


B

bənedì (benedire)

bənedîvî (benedivano)

bandunà (abbandonato / a)

bendisiòn (benedizione)

bóchi (cespugli spinosi)

bóschi (boschi, terreni con alberi)

burgâr (pulire, togliere)

bùrghē (polenta di castagne)

bùrghe (castagne lessate)

burgùma (ripuliamo, togliamo)

buschéttu (boschetto)

busignòn (cespugli di bosso)


C

ca (che)

cà (casa)

cadàstru (Catasto, lat. capitastrum)

campagna (lat. campània)

canà (canale, lat. canalem)

canadél (canaletto)

caplətta (cappelletta)

castāgni (piante di c, propera, properu(m), it. propero, frettoloso

pü (più, lat. plús )

purtisiòn (processione)


pusulòn (poggiolone, grande 'poggiolo')


Q

quànt (quando)


R

ràsa (razza, discendenza)

rîv (rive, s.f. riva, lat. ripa(m))

róncu (ronco, terreno dissodato)

róveri (piante di rovere)

rümegâla (rimuginarla, rivoltarla)


S

səgà (segare)

San Peru (San Pietro)

Santa Crûṡi (Santa Croce)

saplâvi (zappavano)

ṡburgâr (ripulire)

scravè (tosato)

sem'nāva (seminava)

seminà (seminato)

sèmp'lì (sempre lì)

sent'âni (cento anni)

ṡgarblè (spellato, sbucciato)

simitéri (cimitero)

son (sono)

son'dà (sono andato)

son'nà (sono andato)

spiàgiu (spiaggio)

stàgh (stato)

stò (stò, V. stare)

strà (strada)

subədà (zappare)

súma (siamo)

súra (sopra, lat. super)

sút (sotto, lat. subtus)

súta (sotto, lat. subtus)

sútu (sotto, lat. subtus)

svədda (si vede)


T

taiār (tagliare)

taià (tagliato)

tèmpi (tempi, pl. di tempo)

ten diir (tieni (il) dire, ascolta)

têra (terra)

têre (terre, terreni)

tòcu (volg. tòcco, pezzo)

tréntotâni (trentotto anni)

tvè (tu vai?)

tǘttu (tutto)

tzè (tu sai)

tzúra (di sopra, lat. super)


U

u resta (lui resta)

u và (lui va)

ün (un)

üna (una)

urəmai (oramai)

urmài (ormai)

us (lui si)

ut'vè? / dut'vè? (dove tu vai?)


V

vèrs (verso)

vìla (villa, nel senso di 'villaggio')

vò (vado)

vólta (na) (tempo addietro)

vü (vói, lei, forma arc. pl. m. e f. del pronome pers. tu)


Z

zìma (cima, sopra)

zü (giù) astagno)

caṡela (casella, lat. capsèlla)

ceṡa (chiesa)

chè (case, pl. di casa, lat. càsa)

chì (qui, lat. quis)

ciàma (chiama)

ciamàva (chiamava)

clà (quella, lat. ecccu illam)

còst (coste, sponde di monte)

cotǘra (coltura)

crûṡi (croce, lat. crux)

cùla (quella, lat. eccu illamm)

cultīve (coltive)

cùlu / cululì (quello, lat. eccu illum)

cumə (come, lat. quòmodo)

cusì (così, lat. eccu sic)


D

d'anà (di andare)

dagh (dargli)

désa (adesso, ora)

dìṡe(n) (essi dicono)

diṡèivi (tu dicevi)

diṡèivin (essi dicevano)

dìṡin (i) (loro dicono)

disùma (noi diciamo)

dla (della, prep. art., lat. de illa)

dlə (delle. prep. art., lat. de ille)

dópu (dopo, di poi, lat. de post)

dòttə vé? (dove vai?)

dù (due)

dż'vèn (da) (da vicino)

dżèivi(i) (loro dicevano)

dżǘ (giù, it. arc. giùso, lat. de òrsum)


E

ed (di)


F

fa (fare)

fəna (fino, sino, lat. finìs)

fəst (feste, festività religiose)

fàs (farci, es: farci una partita)

fàtu (fatto, costruito, lat. factus)

fiànch (fianco, lato)

f'nì / fnì (finito, terminato)

fórsi (forse, lat. fòrsit)

fü (in luogo del dial. parm.no , it. su, sopra, lat. super)

fuiêr (fogliaio, mucchio di foglie, v. pagliaio)


G

ganâva (ci andavo)

garà (avrà)

garàn (avranno)

ghè (c'è)

ghéra (c'era)

ghin (ce n'è)

gö (c'è, ci sono)

grǘpu (gruppo, insieme di...)

gùma (ci abbiamo, noi abbiamo)


I

i gan (loro ci hanno, possessivo, V. avere)

i ghèn (loro ci sono)

iàn (loro hanno)

ianâva (egli andava)

ién (loro sono)

iéra (lui era)

in ( in, nel, dentro, lat. intǔs)

in fàcia (in faccia, di fronte / in fronte a...)

in fòundu (in fondo, alla fine, all'estremità)

in meṡa (in mezzo, nel mezzo)

insǘma (in cima, sopra)

int (in, dentro, lat. de intro)

intal (nel, dentro)

intlà (nella)

ìtu (detto, pronunciato)


L

l'era (lei / lui, era)

la ìtu (lo ha detto)

lagu (lago)

lasǘ (lassù, là in alto)

lavurà (lavorare)

lavurâvin (vi lavoravano)

lè (lei è)

lègna / lìgna (legna)

lègni (legne), f. pl. di legna)

lémi (leme, erba "veccia dolce", sc. Vicia sativa)

lì (lì, in quel luogo)

Lino (Lino, nome di persona)


M

mi (me, io)


N

na (una)

na vóta (una volta, tempo fa)

nàtra (un'altra)

niètri (noialtri, noi)

nisöli (nocciole, lat. nux)

nisòn (nessuno, lat. ne ipse uno)


P

p'ndà (per andare)

p'r (per)

pə (per)

pədì (per dire, si fa per dire)

pərché (perché, per qual cagione)

paièiṡ (paese, lat. (*) pagènse(m))

partì (partita, qui inteso come 'partita a carte')

pasà (passato)

pàsa (passa)

pasâvin (passavano, transitavano)

patròn (padrone, lat. patrōnu(m)

pé (piede, lat. pĕde(m))

pèrs (persa / o , perduto)

piàn (piana, lat. tard. plana(m))

pinēta (pineta, bosco di pini, lat. pinētum)

pò (poi, lat. post)

prà (prato, lat. pratu(m))

prè (prato, lat. pratu(m))

pròperia (avv., dal lat. prŏpērātō, it. propero, 'in fretta', 'presto', 'con premura')

pròperia (agg. poss. dal. lat. properus...)

pü (più, lat. plús )

purtisiòn (processione)

pusulòn (poggiolone, grande 'poggiolo')


Q

quànt (quando)


R

ràsa (razza, discendenza)

rîv (rive, s.f. riva, lat. ripa(m))

róncu (ronco, terreno dissodato)

róveri (piante di rovere)

rümegâla (rimuginarla, rivoltarla)


S

səgà (segare)

San Peru (San Pietro)

Santa Crûṡi (Santa Croce)

saplâvi (zappavano)

sbandèr (sbandare)

ṡburgâr (ripulire)

scravè (tosato)

sem'nāva (seminava)

seminà (seminato)

sèmp'lì (sempre lì)

sent'âni (cento anni)

ṡgarblè (spellato, sbucciato)

simitéri (cimitero)

son (sono)

son'dà (sono andato)

son'nà (sono andato)

spiàgiu (spiaggio)

stàgh (stato)

stò (stò, V. stare)

strà (strada)

subədà (zappare)

súma (siamo)

súra (sopra, lat. super)

sút (sotto, lat. subtus)

súta (sotto, lat. subtus)

sútu (sotto, lat. subtus)

svədda (si vede)


T

taiār (tagliare)

taià (tagliato)

tèmpi (tempi, pl. di tempo)

ten diir (tieni (il) dire, ascolta)

têra (terra)

têre (terre, terreni)

tòcu (volg. tòcco, pezzo)

tréntotâni (trentotto anni)

tvè (tu vai?)

tǘttu (tutto)

tzè (tu sai)

tzúra (di sopra, lat. super)


U

u resta (lui resta)

u và (lui va)

ün (un)

üna (una)

urəmai (oramai)

urmài (ormai)

us (lui si)

ut'vè? / dut'vè? (dove tu vai?)


V

vèrs (verso)

vìla (villa, nel senso di 'villaggio')

vò (vado)

vólta (na) (tempo addietro)

vü (vói, lei, forma arc. pl. m. e f. del pronome pers. tu)


Z

zìma (cima, sopra)

zü (giù)